Odio

Odio le persone false
odio i finti moralisti, e anche quelli veri
odio le persone che ad una domanda ti rispondono con un altra domanda
odio le frasi a metà
odio le mezze verità.

Odio essere triste,
odio stare male per le persone che non meritano
odio le persone viziate
odio l’odore dell’erba tagliata
odio quando le persone se ne vanno senza un perché
odio non sapere cosa dire.

Odio non riuscire a far restare le persone, o a farle tornare.
Odio chi inizia a scriverti e poi se ne va e non ti risponde più.

Odio le persone che vogliono essere al centro dell’attenzione.
Odio le persone che si autocommiserano.
Odio chi insulta i gusti musicali degli altri.

Odio l’amore non corrisposto,
odio la distanza.
Odio piangere
e odio chi non sa farsi i cazzi suoi.

Odio chi sussurra,
odio chi urla.
Odio essere gelosa,
odio le persone maleducate e quelle prepotenti.

Odio i pregiudizi
odio chi maltratta gli animali.
Odio chi spara sentenze neanche loro fossero giudici.
Odio le persone che ti fissano, e anche quelle che ti ignorano.

Odio le persone incoerenti,
odio le amicizie di convenienza e le storie d’amore per dimenticare gli ex.
Odio gli egoisti,
odio essere troppo timida a volte, e odio non esserlo in altre.
Odio essere sempre una seconda scelta.
Odio essere sempre disponibile per gli altri.
Odio non avere il coraggio, non saper dire di no.
Odio chi giudica,
odio chi parla senza sapere, senza aver provato.
Odio chi non mantiene le promesse.
Odio chi si ferma all’apparenza,
odio le doppie facce,
odio le persone superficiali e quelle snob.
Odio le persone che si credono qualcuno quando in realtà non sono nessuno.
Odio chi ti dice la verità solo da ubriaco.
Odio essere sempre raggiungibile.
Odio venir data per scontata.
Odio essere fraintesa,
odio essere l’unica a cui importa
odio essere l’unica che lotta, l’unica che spera.
Odio le illusioni
odio non avere il controllo.
Odio le dipendenze,

e odio lui
anche se in realtà
di lui 
sono innamorata  
e di lui
non posso fare a meno.

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Siamo come i numeri primi gemelli

Ieri sera, non riuscendo a dormire, ho iniziato a pensare. Pensavo alla matematica e, nel frattempo, a me e a lui. Qual è il collegamento? I numeri primi. E’ strano, però nella matematica ci sono questi numeri, i numeri primi appunto, che sono divisibili solo per uno e per se stessi. Tra questi, poi, esistono anche quelli che vengono chiamati ‘numeri primi gemelli’. I matematici hanno deciso di chiamarli così proprio perché lungo tutta la serie di numeri loro si trovano vicini, ma non abbastanza da toccarsi in quanto tra loro c’è sempre un numero pari che non glielo permette.  Ebbene, pensavo che forse io e lui siamo come dei numeri primi gemelli. Vicini, ma non abbastanza da poterci sfiorare. E quel numero pari che non ci permette di stare insieme rappresenta proprio il nostro più grande ostacolo: la distanza. Forse siamo destinati ad amarci per sempre a distanza di un numero. Forse siamo costretti a rimanere fermi ad un passo l’uno dall’altro, senza trovare il modo di toccarci di nuovo. Forse siamo troppo orgogliosi per ammetterlo, o forse siamo troppo deboli per accettarlo. Rimarremo sospesi a mezz’aria, vicini quanto serve per amarci e distanti quel poco che basta per distruggerci.

Dream

Vorrei diventasse realtà.

La luce dei raggi filtrava dalle tapparelle della camera da letto. Mi stropicciai gli occhi un po’ assonnata e subito mi accorsi che lui non era affianco a me. Tastai la sua parte di letto per essere sicura. Niente, non c’era. Doveva essersi svegliato poco prima di me ed essere sgusciato silenziosamente giù dal letto. Subito dopo sentii provenire dalla sala alcune note, e solo allora collegai, stava suonando il suo -nostro- pianoforte.

Scesi dal letto e indossai la prima maglietta che trovai dentro all’armadio, era la t-shirt nera dell’ultimo album degli Arctic Monkeys, velocemente mi infilai i miei calzini fino al ginocchio e, silenziosamente, in punta di piedi, arrivai fino alla porta della sala.

Lo trovai lì, seduto davanti a quello splendido pianoforte nero a coda. Aveva imparato a suonare da poco, gli era sempre piaciuto il suono del piano. La testa china sullo spartito, le dita che correvano lungo quegli 88 tasti bianchi e neri. Non si era accorto della mia presenza. Sbirciavo con un occhio da dietro alla porta, non volevo interromperlo, ma non potevo fare a meno di pensare a quanto fosse bello, e a quanto fosse mio.                   Era incredibile pensare che con un numero limitato di tasti lui riuscisse a creare l’infinito, come era incredibile credere che pur avendo noi un numero limitato di giorni, lui mi stesse facendo provare la sensazione di essere infinito.

Ad un certo punto la musica si fermò. Lui alzò lo sguardo verso di me e incrociò i miei occhi a metà strada. In quelli che lui definiva due ‘pozzi neri’ io ci vedevo l’universo, e la luna e le stelle. Ci vedevo le emozioni scorrere, mi piaceva da morire leggere i suoi sguardi, le sue espressioni.

– Cosa ci fai là dietro, mi spii?

– Uhm no, ti osservavo. Sei troppo bello quando suoni, senza nulla togliere a tutti gli altri momenti della giornata, ovvio.

– Ma va, chiudi quelle tue due morbide labbra da baciare e vieni qui che ti insegno qualcosa!

Questo era il nostro accordo: io avrei tentato di insegnargli a suonare la chitarra, mentre lui si sarebbe cimentato a farmi imparare a premere qualche tasto del suo pianoforte. Così presi uno sgabello e lo avvicinai al suo, passai la mano tra i suoi capelli spettinati da appena svegliato e mi sedetti al suo fianco, il più vicino possibile: volevo sentire il suo profumo la mattina, una delle tante cose di cui non potrei più a fare a meno. Mi prese dolcemente le mani e le posò sui tasti bianchi, verso la metà della tastiera. Iniziò a premere con le sue dita sulle mie, le comandava come se fossero marionette. Come se fossero legate tra loro da cortissimi fili trasparenti. Riconoscevo la musica che stavamo suonando, era la prima aria delle Variazioni di Goldberg di Bach, lui sapeva le note a memoria. Non avevamo bisogno di spartiti, era tutto imprigionato dentro quell’enorme labirinto senza uscita che era la sua mente.

Cinque minuti meravigliosi, quelli. Finita la melodia mi voltai per guardarlo, ma lui mi anticipò di qualche secondo, mi scostò i capelli dalla fronte e mi diede un lungo bacio sulla tempia destra. Stavo così bene vicino a lui, avrei voluto che quell’attimo non fosse mai finito. Avrei passato la mia vita così, non ho mai chiesto molto dalla vita, io. Lui mi bastava, era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Non feci in tempo ad alzarmi per andare in cucina a preparare due caffè, che mi afferrò il polso e mi fece sedere sulle sue ginocchia. Mi baciò prima la fronte, poi il naso e il collo, infine mi morse il labbro inferiore come faceva sempre.

–  Il caffè può aspettare.

Mi sussurrò all’orecchio.     

 

Dream

Se sei felice e tu lo sai.. no, non lo sono.

Quante volte da bambini abbiamo battuto le mani cantando ‘se sei felice e tu lo sai batti le mani’? Tante? Beh, adesso non avrei la forza nemmeno per avvicinarle. Non avrei il coraggio neanche di farle sfiorare, queste mani.
Come posso essere felice? Le persone si aspettano troppo da me, io invece ho imparato a non aspettarmi più niente dagli altri. Ho imparato che non fidarsi è meglio. Che illudersi non fa bene. E che vivere è così fottutamente difficile.

Dream

00:17

È già mezzanotte passata e io sono ancora qui, tutta sola, ancora sveglia, avvolta nella mia coperta per cercare di riscaldarmi dal freddo che sento dentro.
Né un tè caldo, né una cioccolata e nemmeno la più spessa e pesante delle coperte potrebbe riscaldarmi. Il freddo che sento non è causato dal tempo atmosferico né dall’inverno alle porte. È la tua mancanza. La tua lontananza a provocare questa sensazione. Solo un tuo abbraccio potrebbe ravvivare la fiamma che mi brucia dentro e riscaldare il mio cuore.

Lacrime.

Non c’è niente di più difficile di quello che sto per dire. Fino a mezz’ora fa non avrei mai pensato di riuscire a scrivere di tutto ciò, ma il fatto è che a tenere le cose nascoste per troppo tempo fa male.

Sto arrivando a dirti delle cose che mi fanno davvero sentire vulnerabile e strana. E’ sempre stato tutto difficile, non ho mai chiesto a nessuno di stare con me, ho sempre aspettato gli altri. Non ho mai confessato niente a nessuno, ho sempre aspettato che si confessassero. Ma poi è arrivato quel momento in cui i nostri occhi si sono incrociati, i nostri pensieri hanno incominciato a prendere la stessa strada e tutto il mondo mi è sembrato diverso. 

In un secondo mi sono scordata di tutto il dolore che avevo sempre sentito e solo cose belle hanno iniziato a navigare nella mia mente, perché tutto sarebbe andato bene finché quei due occhi sarebbero rimasti. Improvvisamente mi sono scordata del passato, delle persone che ci sono state perché non sarebbe esistito altro che il momento in cui i nostri occhi si sarebbero incrociati nuovamente. 

Così ho pensato che forse ne sarebbe valsa la pena rischiare un po’. Ed è stata la migliore decisione che abbia preso in tutta la mia vita. Le carezze, i baci, il mare sotto e dentro di noi. Il cuore che batte forte, le mani che tremano e il soffio delicato delle parole che mi sussurravi rimane ancora adesso indelebile nella mia mente e nel mio cuore.

Poi è arrivata la distanza. E’ arrivata per separare le nostre vite e per dividere i nostri cuori. Al solo pensiero del nostro addio le lacrime incominciano a scorrere sulle mie guance fino ad arrivare ad arrugginirle.

Non ti ho mai scritto che mi manchi, ma è così. Ho bisogno di averti qui, ti prego, vienimi a prendere.