Reciproche assenze.

E’ tre giorni che mi riprometto di scriverti e ancora non l’ho fatto. Proprio non ci riesco. Ti ho voluto così tanto in questi anni, ti ho cercato così tanto in questi anni che ora non ce la faccio più. Ora che ho imparato che posso vivere anche senza di te, ora che ho capito che le ali ce le ho attaccate alla schiena e non eri tu a portarmele, ora posso volare da sola.

Se ti cerco cado, se ti cerco crolla tutto quello che ho costruito. O quello che ho de-costruito. Il muro che ho smantellato per poterci far entrare un altro. Qualcuno che merita di essere all’interno, oltre il confine.

Vivere senza di te, restare completamente fuori dalla tua vita non è semplice, nemmeno per me. Nemmeno se l’ho fatto per anni, perché, alla fine, la verità è che non sono mai entrata completamente nella tua vita. Ci sono sempre state delle parti che mi hai tenuto nascoste, delle porte segrete alle quali non ho mai avuto accesso. Ma forse ci abitueremo alle reciproche assenze. Forse ci accontenteremo di poco, o forse saremo destinati a pensarci per sempre e non trovarci mai. Un po’ per rabbia, un po’ per orgoglio.

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Scelte.

Guardami negli occhi e dimmi che ami lui. Guardami negli occhi e dimmi che vuoi passare il resto delle giornate con lui, che lui ti rende felice davvero e che non lo lascerai per me. Dimmelo guardandomi negli occhi e ci crederò; solo allora ci crederò.

In questo momento non so cosa pensare, a cosa credere e a cosa no. Ora come ora sono solo capace di stare seduta in bagno per ore a piangere ripensando alle tue parole e ai tuoi gesti. Prima la colpa era della distanza, ma ora? Ora che sono qui, qual è il problema? Lui? Quello che tu stesso finora hai definito come una “seconda scelta”? Certo, perché nel vuoto della distanza, lui è stato veloce a prendere il mio posto. Io ti servivo solo come spalla su cui piangere quando con lui andava male, ero la ruota di scorta, quella da chiamare “amore” quando eri ubriaco perché lui ti aveva messo le corna, vero?

Ora, certamente non mi aspettavo che una volta arrivata qui, una volta azzerati i chilometri, ti saresti buttato tra le mie braccia mollando tutto e sconvolgendo la tua vita di punto in bianco, ma allo stesso tempo mi aspettavo chiarezza. E questa chiarezza non c’è stata, anzi. Hai continuato a comportarti come se volessi farmi capire di voler me, come se volessi ribadirmi il concetto “stare con lui non è la stessa cosa che sarebbe stare con te”. E io pensavo facessi sul serio, ero felice perché pensavo che l’unica cosa di cui avessi bisogno fosse del tempo per capire come agire, e poi saresti stato mio. Avresti finalmente scelto me, dopo quattro anni.

Invece mi hai fatto crollare il mondo addosso con una semplice frase. “Non voglio distruggere una delle poche cose buone che sono riuscito a costruire nel frattempo.” Ora fammi capire, nel frattempo significa mentre a me mandavi messaggi in cui dicevi che la tua vita ti faceva schifo perché lui ti tradiva o nei mesi tra maggio e ottobre? Perché a maggio te ne sei uscito con la storia che ti aveva infastidito se non ero venuta a dormire nel tuo stesso letto, quella sera, e ora mi dici che però da me non vuoi niente? Che non sei disposto a lasciare la sicurezza dello stare con qualcuno che consideri una seconda scelta al rischio di essere finalmente felice con la tua prima? Tu dici che l’unica differenza tra me e lui è che con lui ci vai a letto e con me no, ma ti stai sbagliando, e di tanto anche. Lui può svegliarsi affianco a te, lui può ricevere i tuoi baci sulle labbra, i tuoi morsi, le tue carezze. Lui può intrecciare le sue dita alle tue quando camminate per strada, io no. Se non sono venuta a dormire affianco a te quella sera è perché mi viene la nausea a pensare che, probabilmente, la sera prima, a svegliarsi così, era lui.

Io capisco la tua situazione, lo giuro. Ci sono stata anche io, nel mezzo, e so benissimo che scegliere fa schifo e so quanto è grande la paura di buttarsi e di perdere le persone, ma ora tu prova a immedesimarti nella mia. Sei innamorato di me, sì o no? E non dire , se poi vuoi rimanere con la tua seconda scelta per “paura dei cambiamenti”, perché a quel punto significa che non mi ami abbastanza. Che non sono abbastanza. E stai tranquillo, sono abituata a sentirmi così; ché tanto alla fine è quello che sono stata per tutto questo tempo. Perché alla fine sembra che non ti importi se io ci sono sempre stata, nelle situazioni belle e in quelle brutte,  quando eri in ansia per la patente, il giorno del tuo esame e persino il giorno del tuo primo colloquio di lavoro, non t’importa se non c’era nessun altro, ti sei sempre solo focalizzato solo sul fatto che non fossi presente fisicamente. Lui non ti ha vissuto quanto me, non ti conosce nemmeno un quarto di quanto ti conosco io, eppure il privilegiato è lui. Però allo stesso tempo sappi che se mi dici no, non mi lasci altra scelta che andarmene. Sta volta sul serio, chiudere i rapporti una volta per tutte. Certo, ci potremmo sempre sentire una volta ogni tanto, ma non potrà più essere come prima. Non riuscirei a rimanerti amica, a starti vicina sapendo di lui. Sono stanca di spartirti con altre persone, sono stanca di accontentarmi delle briciole. Ora voglio tutto o niente. Questa volta sarebbe definitivo, per entrambi. Tutti i nostri progetti di andare a Londra, di andare a vedere le northern lights, di farci un concerto dei Mars assieme, annullati. Addio a tutti i nostri viaggi nelle librerie a perderci tra i libri, a tutti i disegni che ti facevo e che ti avrei fatto, alle volte che ti usavo e che ti avrei usato come soggetto nelle fotografie; addio alla nostra idea di averci marchiati sulla pelle per sempre, all’idea di farci una notte in tenda sotto le stelle con il falò e i marshmallow.

Ma tanto a quanto sembra l’idea di perdere tutto con me non ti spaventa quanto spaventa me. E forse hai ragione, alla fine ti basterà poco a sostituirmi con lui, ché alla fine è lui l’unica cosa buona che sei riuscito a costruire, non è vero?

Non riesco a riempire il vuoto di questa serata.

Cosa non ci fa eh, questo orgoglio. Tu di là e io di qua, non un messaggio, non una parola a riempire il vuoto di questa serata. Non ti scriverò. Mi sembra che tu viva meglio senza di me, mi sento quasi un elemento di disturbo nella tua vita, nella tua relazione. Mi sento quell’elemento lasciato li, un po’ in disparte, quell’elemento che sai che c’è, che è sempre lì nonostante tutto, e che usi solo quando ti comoda. “Usata”, forse non è la parola giusta, o forse sì. Usata quando ti serviva una spalla su cui piangere, quando ti serviva qualcuno che ti desse dei consigli che sapevi benissimo non avresti ascoltato; usata quando dici una cosa e poi ne fai un’altra, ma tanto lei è sempre lì, data per scontata.

Tutte quelle belle parole che hai detto, dove sono finite? Dove le ha portate il vento? Dove sono volate? Forse le hai dette così per dire, per dar fiato alla bocca, o forse stai solo reprimendo tutto quello che senti perché, in fondo in fondo, a te le seconde scelte non dispiacciono affatto. Forse tu fai veramente presto a dimenticarti di quei viaggi in autostrada di notte con i The Calling a palla, solo noi due, per andare a sentire il rumore delle onde del mare che, testarde come me, continuano a infrangersi sulla riva. Forse hai già dimenticato il sorriso che ti è spuntato sulle labbra quando è spuntata l’alba. Forse non ti ricordi più cosa vuol dire passare un concerto abbracciati, a cantare a squarciagola ché non si sa mai che il mondo si accorga che noi ci siamo, e che, almeno per quel momento, siamo insieme.

E se sei già riuscito a sbarazzarti di questi ricordi dopo appena più di un mese, sicuramente non ti sarà nemmeno passato per la testa dove eravamo, noi, esattamente 365 giorni fa. Beh, io me lo ricordo, me lo ricordo come fosse ieri. Tutto è cominciato quando ci siamo svegliati, o meglio, quando io mi sono svegliata e ho cercato di fare meno movimenti possibili per non svegliare quell’ammasso di ossicini e capelli che si era addormentato su di me. Avrei voluto rimanere in quella posizione per giorni, se fosse stato possibile, ma avevamo un treno da prendere: direzione Venezia. Dovevamo salire sul treno che ci avrebbe portato verso quella città costruita sull’acqua, dove stai poco a perderti tra i vicoli stretti. C’erano i piccioni e Piazza San Marco, c’erano i tuoi soliti caffè, brioche e spremuta per colazione e c’erano i gondolieri che volevano a tutti i costi farci salire su una gondola, così che alla fine abbiamo ceduto, ricordi? C’era l’uomo con la sedia in testa e poi c’eri tu, tu che non la smettevi di sorridere un attimo quando guardavi nelle vetrine e vedevi penne fatte di vetro da aggiungere alla tua collezione o arazzi da appendere in camera. C’eri tu e c’eravamo noi quando ha iniziato a piovere ma a noi non importava, ché era così bello correre sotto la pioggia fino a trovare il nostro -il “tuo”- molo dove siamo persino riusciti ad attirare l’attenzione di un fotografo che passava di li perché, stretti e vicini, ci siamo distesi a vivere quei momenti per cui ogni tanto ti ricordi che forse vale la pena vivere.

I ricordi che abbiamo insieme sono quanto di più caro mi resta nelle giornate vuote come questa, giornate in cui non ti fai sentire perché, forse, hai capito che non puoi camminare con un piede in due scarpe e quindi hai fatto la tua scelta: la seconda.

Odio

Odio le persone false
odio i finti moralisti, e anche quelli veri
odio le persone che ad una domanda ti rispondono con un altra domanda
odio le frasi a metà
odio le mezze verità.

Odio essere triste,
odio stare male per le persone che non meritano
odio le persone viziate
odio l’odore dell’erba tagliata
odio quando le persone se ne vanno senza un perché
odio non sapere cosa dire.

Odio non riuscire a far restare le persone, o a farle tornare.
Odio chi inizia a scriverti e poi se ne va e non ti risponde più.

Odio le persone che vogliono essere al centro dell’attenzione.
Odio le persone che si autocommiserano.
Odio chi insulta i gusti musicali degli altri.

Odio l’amore non corrisposto,
odio la distanza.
Odio piangere
e odio chi non sa farsi i cazzi suoi.

Odio chi sussurra,
odio chi urla.
Odio essere gelosa,
odio le persone maleducate e quelle prepotenti.

Odio i pregiudizi
odio chi maltratta gli animali.
Odio chi spara sentenze neanche loro fossero giudici.
Odio le persone che ti fissano, e anche quelle che ti ignorano.

Odio le persone incoerenti,
odio le amicizie di convenienza e le storie d’amore per dimenticare gli ex.
Odio gli egoisti,
odio essere troppo timida a volte, e odio non esserlo in altre.
Odio essere sempre una seconda scelta.
Odio essere sempre disponibile per gli altri.
Odio non avere il coraggio, non saper dire di no.
Odio chi giudica,
odio chi parla senza sapere, senza aver provato.
Odio chi non mantiene le promesse.
Odio chi si ferma all’apparenza,
odio le doppie facce,
odio le persone superficiali e quelle snob.
Odio le persone che si credono qualcuno quando in realtà non sono nessuno.
Odio chi ti dice la verità solo da ubriaco.
Odio essere sempre raggiungibile.
Odio venir data per scontata.
Odio essere fraintesa,
odio essere l’unica a cui importa
odio essere l’unica che lotta, l’unica che spera.
Odio le illusioni
odio non avere il controllo.
Odio le dipendenze,

e odio lui
anche se in realtà
di lui 
sono innamorata  
e di lui
non posso fare a meno.

M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure.

M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure. Ma proprio tanto.
Perché non è possibile che t’innamori di un tramonto e lui se ne vada subito, così, senza neanche averti dato il tempo di presentarti a tua volta.
Non è possibile che ti ritrovi a divorare le nuvole del Regno Unito e due secondi dopo sei già sull’aereo di ritorno.
“Ma hai le foto”, direbbe qualcuno. Fosse abbastanza mi ci butterei anima e corpo, centimetro dopo centimetro. Ma non è abbastanza.
Non è niente, un’immagine della campagna inglese, in confronto all’essere lì, a prendersi tutta l’umidità coi pori spalancati, a sentire l’odore dell’Inghilterra che si sveglia e che cammina in punta di piedi fra una casa e l’altra, in tutta la sua riservatissima bellezza, un segreto mormorato dai campi alla metropolitana.
Ci ho pensato l’altro giorno, a questa cosa, mentre mi trascinavo dietro la mia solita routine mattiniera. Ci ho pensato mentre uscivo di casa, e attorno a me vedevo passare le case di una città che mi sta stretta, una città che non fa per me. Ma ogni volta che torno a casa dopo essere stata a Milano, per esempio, mi rendo conto di quanto sia inutile guardare le cartoline, le street view di Google Maps aperte in dieci finestre diverse, se poi per dimenticarci quant’è straordinario un posto ci basta dargli le spalle.
Vorrei una vita intera a disposizione per ogni luogo che ho lasciato dietro di me, per tutte le pietre del ponte di Rialto che si meritavano uno sguardo in più, un secondo in più.
M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure, e le uniche occasioni in cui non mi sta sulle palle è quando si porta via un po’ di dolore e mi fa adattare a quello che rimane, insegnandomi a conviverci, seppur nella stessa casa, solo coi letti separati.
M’incazzo col tempo in quell’istante terribile in cui la felicità comincia a sparire e la nostalgia si fa largo a gomitate, quando ripensi a ciò che hai appena fatto e vorresti rivivere tutto da capo, schiacciare rewind e far ripartire il concerto con tanto di esofago consumato e spintone piantato dritto nello stomaco. M’incazzo col tempo quando sto in treno e, guardando fuori dal finestrino, non mi resta che pensare a tutte quelle giornate passate che non torneranno mai più, a tutti quegli errori commessi che non ho fatto in tempo a correggere.
M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure, ma a volte mi arrendo, bandiera bianca e braccia alzate, perché in fondo so che rimanere fermi con quei momenti non serve, non se saranno loro a seguirmi per sempre.

Paradossi.

Io sono un paradosso vivente. Voglio essere felice, eppure penso continuamente a cose che mi rendono triste. Sono pigra, e allo stesso tempo ambiziosa. Non mi piaccio, ma in realtà anche mi amo per chi sono. Dico che non mi importa, ma in realtà m’importa eccome. Voglio attenzioni, ma le rigetto quando mi vengono date. Sono una contraddizione conflittuale. Se nemmeno io riesco a capirmi, come potrebbe esserci qualcuno capace di farlo?

Un treno non basta più.

E’ bello andare in stazione, fermarsi ad osservare treni che vanno e vengono, persone che si salutano, salgono, scendono, si abbracciano, se ne vanno, binari infiniti che portano in luoghi irraggiungibili. E’ bello non desiderare più di prendere quel treno. Quel treno preso per arrivare da lui. Quel treno che non gli si può rinfacciare, perché a quel tempo era quello che veramente si voleva.

E’ bello capire che lui non è più un pensiero fisso. Che ormai è storia vecchia, storia finita, conclusa. E’ bello aver smesso di desiderare di salire su quel treno in partenza per la destinazione che era stata un chiodo fisso nella mente fino a poco tempo prima, e voler essere altrove. Rendersi improvvisamente conto che un treno non basta più.

Che non sono più le sue braccia quelle tra le quali si vuole stare. Che non sono le sue labbra quelle di cui si vuole sentire il sapore. E’ bello sentirsi liberi di non amarlo più, sentirsi liberi di lasciarlo andare, una volta per tutte.

E’ bello andare in stazione e non provare più niente. Non sentire più quella fitta al cuore ogni volta che le speranze di vederlo scendere da un treno si trasformavano in illusioni.

E’ meraviglioso aver trovato qualcun altro a cui dedicare ogni rimasuglio del cuore, ogni pensiero, ogni frammento di se stessi. Qualcuno che, nonostante la distanza, è capace di fare lo stesso.

Qualcuno capace di amare.

Solo un amico

Rimarrai un amico, un amico importante, certo, ma solo un amico. Sono stanca di aspettare risposte che non sono mai arrivate e che non arriveranno mai. Ho messo troppe virgole dove ci andavano messi dei punti. Ora, quel punto è finalmente arrivato. Ti lascio libero di vivere la tua vita e mi rendo libera di vivere la mia. Mi permetto di potermi legare a qualcun altro tanto quanto mi ero legata a te. Mi faccio il piacere di non starci ancora male per qualcosa che alla fine non è nemmeno mai iniziato. Forse era solo tutta un’ illusione fin dall’inizio, forse l’esserci incontrati per caso, quel giorno, non era un segno del destino. Forse ho sempre e solo frainteso tutto. Ad ogni modo, sebbene la nostra storia fino a qui potesse sembrare quella di un film, sappiamo entrambi che anche i film finiscono. E questo finirà così. Le nostre vite si sono intrecciate una volta e adesso stanno tornando ognuna per la sua strada. Magari saranno come delle rette parallele che non si incontreranno mai più, o magari continueranno a viaggiare vicine ricordandosi di quanto era bello quando si erano incrociate per la prima volta.
E niente, volevo solo dirti che me ne sto andando via. Non fisicamente, non sto fuggendo da te come persona, ma sto lasciando andare l’amore che provo per te. Ricordo quando mi avevi scritto ‘maybe you don’t have to say goodbye’ in un commento sotto alla canzone di Troye Sivan. Beh, ora invece ho bisogno di dire ‘addio’. Non voglio dire addio a te, sarebbe da stupidi dopo tutto quello che abbiamo vissuto, ma voglio dire addio a tutto quello che provo per te e che va oltre all’amicizia. Voglio dire addio a tutti i desideri, le sensazioni e le emozioni che provo quando penso a te o quando sto con te. Ci vorrà un po’ di tempo, ma mi metterò d’impegno e la prossima volta che ci rivedremo saremo solo amici. Amici che hanno passato momenti bellissimi insieme, amici che forse sarebbero potuti essere qualcosa di più. Amici che ne hanno passate e superate tante insieme, ma, alla fin fine, nient’altro che amici.

Dream

Vorrei diventasse realtà.

La luce dei raggi filtrava dalle tapparelle della camera da letto. Mi stropicciai gli occhi un po’ assonnata e subito mi accorsi che lui non era affianco a me. Tastai la sua parte di letto per essere sicura. Niente, non c’era. Doveva essersi svegliato poco prima di me ed essere sgusciato silenziosamente giù dal letto. Subito dopo sentii provenire dalla sala alcune note, e solo allora collegai, stava suonando il suo -nostro- pianoforte.

Scesi dal letto e indossai la prima maglietta che trovai dentro all’armadio, era la t-shirt nera dell’ultimo album degli Arctic Monkeys, velocemente mi infilai i miei calzini fino al ginocchio e, silenziosamente, in punta di piedi, arrivai fino alla porta della sala.

Lo trovai lì, seduto davanti a quello splendido pianoforte nero a coda. Aveva imparato a suonare da poco, gli era sempre piaciuto il suono del piano. La testa china sullo spartito, le dita che correvano lungo quegli 88 tasti bianchi e neri. Non si era accorto della mia presenza. Sbirciavo con un occhio da dietro alla porta, non volevo interromperlo, ma non potevo fare a meno di pensare a quanto fosse bello, e a quanto fosse mio.                   Era incredibile pensare che con un numero limitato di tasti lui riuscisse a creare l’infinito, come era incredibile credere che pur avendo noi un numero limitato di giorni, lui mi stesse facendo provare la sensazione di essere infinito.

Ad un certo punto la musica si fermò. Lui alzò lo sguardo verso di me e incrociò i miei occhi a metà strada. In quelli che lui definiva due ‘pozzi neri’ io ci vedevo l’universo, e la luna e le stelle. Ci vedevo le emozioni scorrere, mi piaceva da morire leggere i suoi sguardi, le sue espressioni.

– Cosa ci fai là dietro, mi spii?

– Uhm no, ti osservavo. Sei troppo bello quando suoni, senza nulla togliere a tutti gli altri momenti della giornata, ovvio.

– Ma va, chiudi quelle tue due morbide labbra da baciare e vieni qui che ti insegno qualcosa!

Questo era il nostro accordo: io avrei tentato di insegnargli a suonare la chitarra, mentre lui si sarebbe cimentato a farmi imparare a premere qualche tasto del suo pianoforte. Così presi uno sgabello e lo avvicinai al suo, passai la mano tra i suoi capelli spettinati da appena svegliato e mi sedetti al suo fianco, il più vicino possibile: volevo sentire il suo profumo la mattina, una delle tante cose di cui non potrei più a fare a meno. Mi prese dolcemente le mani e le posò sui tasti bianchi, verso la metà della tastiera. Iniziò a premere con le sue dita sulle mie, le comandava come se fossero marionette. Come se fossero legate tra loro da cortissimi fili trasparenti. Riconoscevo la musica che stavamo suonando, era la prima aria delle Variazioni di Goldberg di Bach, lui sapeva le note a memoria. Non avevamo bisogno di spartiti, era tutto imprigionato dentro quell’enorme labirinto senza uscita che era la sua mente.

Cinque minuti meravigliosi, quelli. Finita la melodia mi voltai per guardarlo, ma lui mi anticipò di qualche secondo, mi scostò i capelli dalla fronte e mi diede un lungo bacio sulla tempia destra. Stavo così bene vicino a lui, avrei voluto che quell’attimo non fosse mai finito. Avrei passato la mia vita così, non ho mai chiesto molto dalla vita, io. Lui mi bastava, era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Non feci in tempo ad alzarmi per andare in cucina a preparare due caffè, che mi afferrò il polso e mi fece sedere sulle sue ginocchia. Mi baciò prima la fronte, poi il naso e il collo, infine mi morse il labbro inferiore come faceva sempre.

–  Il caffè può aspettare.

Mi sussurrò all’orecchio.     

 

Dream

7 maggio 2014

Ho gli occhi fissi su questo foglio bianco. Dovrei studiare, ma non ce la faccio. La mia testa è altrove, ma ci ho fatto l’abitudine, è da un po’ di mesi ormai che succede sempre così.

La mia testa è lontana 400km da qui, e, come se non bastasse, si è portata dietro anche il mio cuore.

Se n’è andato, forse dovrei abituarmici.   

Dream