Abbracciati e felici.

La luce soffusa della lampada all’angolo della stanza illuminava debolmente tutta la stanza, ma era quanto mi bastava per poter leggere le ultime pagine del mio libro. Non feci in tempo a sfogliare la seconda pagina del nuovo capitolo che mi sentii chiamare dall’altra stanza.

«Nicole, ho finito, vieni a vedere!»

All’inizio mi sentii un po’ spaesata, non capivo che cos’era che aveva finito e che dovessi vedere, ma poi compresi: mi stava chiamando dal suo studio perché era finalmente riuscito a finire di scrivere il suo libro, o per lo meno la bozza. Misi il segnalibro tra le pagine del libro che tenevo in mano, lo chiusi e lo appoggiai sul divano. Mi alzai, percorsi il corridoio ed entrai nella sua stanza da lavoro. Lo trovai sulla poltrona, con un sorriso smagliante e il Mac sulle gambe, che attendeva la fine della stampa dei fogli pieni di parole. Spostai lo sguardo dal suo sorriso alla scrivania e notai che nel pacchetto di sigarette comprato quella stessa mattinata ne rimanevano solamente due. Avrei voluto insultarlo per questo, ma mi sarebbe dispiaciuto rovinare il suo piccolo momento di gloria, così decisi di stare zitta.

Mi sedetti sul bracciolo della poltrona e gli chiesi se, intanto che aspettavamo che i fogli finissero di ammucchiarsi sparsi sul pavimento, volesse bere un tè caldo. Lui rispose che ne avrebbe preparati due, uno per me e uno per lui, ma solo se io nel frattempo avessi iniziato a leggere le sue bozze e a correggerle, se fosse stato necessario.

Annuii. «D’accordo.»

Era sempre stato così, fin da quando l’avevo conosciuto gli avevo sempre ripetuto che un giorno lui avrebbe scritto un libro e mi avrebbe usata come correttore di bozze: avevo ragione.

«Allora, mi vuoi dire come lo vuoi ‘sto tè?» sbottò lui all’improvviso, facendomi sobbalzare e distraendomi dai pensieri.

«Ah già, ehm.. voglio il tè bianco della Twinings,» risposi «e non osare sbuffare perché non prendo il classico Earl Grey come fai sempre te; ho voglia di cambiare.»

Non rispose, si limitò a darmi un bacio sulla fronte, poi si alzò dalla poltrona e si diresse verso la cucina. Mi chinai a raccogliere i primi fogli della stampa, avvicinai la poltrona alla scrivania e mi sistemai per bene a leggerli.  Da una parte il rumore di lui che trafficava con il pentolino per il tè, riempiendolo d’acqua, sbattendolo sui fornelli, e dall’altra la stampante che continuava ininterrottamente a sputare pagine. Non riuscivo a concentrarmi. Decisi allora che sarebbe stato lui a leggermi il suo libro, mentre avremmo sorseggiato il tè.

Mi alzai silenziosamente dalla poltrona e mi incamminai in punta di piedi verso la cucina, mi fermai sulla soglia ad osservarlo ai fornelli. Ogni suo movimento era arte, ogni suo lineamento era arte. Non si era accorto che lo stavo fissando, e la sua innocenza nel non sapere di essere osservato mi ammaliava ogni volta. Era l’altra parte di lui, quella inconscia, vera. Quella che si nasconde dietro alla maschera del quotidiano che la società stessa ci impone di portare. Era così bello vederlo a casa con me, l’unico posto dove poteva essere finalmente se stesso. Era così bello sapere di potersi svegliare ogni mattina al suo fianco e trovare quello che era il suo vero io. Sapevo di essere fortunata a poter essere io ad accarezzargli le cicatrici sul petto, quando si addormentava senza maglietta, e quelle sul braccio, quando la mattina lo trovavo stretto a me, aggrappato alla mia vita.

Notai che aveva infilato una sola bustina nel pentolino dell’acqua bollente, e non l’aveva divisa nelle tazze come faceva di solito. Questo poteva significare solo due cose: o si era convinto a provare il tè bianco, oppure  aveva messo l’Earl Grey e stava costringendo anche me a berlo insieme a lui.  Mi avvicinai di soppiatto e lo abbracciai da dietro. Con quella scusa vidi che la bustina della Twinings infilata nel pentolino era Earl Grey e misi il broncio. Lui, appena sentii la stretta delle mie braccia, si girò, mi sorrise e chiese:

«Cosa ci fai qui? Non dovresti essere nello studio a leggere le mie bozze?»

Non risposi, ma continuai a tenere un’espressione imbronciata finché lui, con la fronte corrugata, sbuffò e aggiunse «Che c’è? Perché quella faccia?»

Abbassai lo sguardo, scendendo dai suoi occhi neri come pozzi fino al pentolino ancora sul fornello, per arrivare poi a posarlo sull’etichetta della bustina del tè.

Subito dopo lo risollevai e guardai in alto, verso il soffitto. «Non cambierai mai, vero? L’ultima decisione deve sempre spettare a te!»

«Ma smettila,» ribatté lui con quella ‘e’ aperta tipica del suo modo di parlare «nemmeno tu cambi mai, devi avere sempre qualcosa per cui lamentarti, vero?». Mentre lo diceva, però, gli angoli delle sue labbra si incurvarono verso l’alto. Non riusciva a rimanere serio, e di conseguenza cedetti anche io. Quanto ero debole, quando si trattava di lui. Rigirò il suo corpo tra le mie braccia ancora strette attorno a lui fino a che i nostri nasi non si sfiorarono, mi stampò un veloce bacio sulle labbra per poi divincolarsi dalla stretta.

«Comunque,» iniziai «ero venuta per chiederti di essere tu a leggere le tue bozze. Io voglio ascoltare, lo sai quanto mi piace.»

Lui annuii debolmente, poi versò il tè nelle due tazze. Una la tenne in mano e l’altra la porse a me.

«Attenta a non scottarti,» mi ammonì «e vai in camera da letto ché ti raggiungo lì.»

Tenendo la tazza con due mani, attentissima a non far cadere nemmeno una goccia, mi diressi verso camera nostra. Quando fui arrivata, appoggiai la tazza sul comodino affianco al mio cuscino e mi sedetti sul letto ad aspettarlo. Chissà se ha messo lo zucchero, pensai, e nel frattempo iniziai a mescolare facendo tintinnare il cucchiaino contro i bordi. Qualche minuto più tardi, arrivò anche lui e si sdraiò al mio fianco. Tra le mani teneva tutti i fogli ordinati, poi decise di appoggiarli tutti sulle coperte tra di noi, tranne il primo.

«Allora, sei pronta?» mi domandò. «Preparati perché questa è l’unica cosa buona che sono riuscito a fare finora nella mia vita.»

Questa frase un po’ mi ferì: pensavo di far parte anche io delle cose buone della sua vita. Poi pensai che forse era solo un modo di dire, così lasciai perdere. Iniziò a leggere, e pagina dopo pagina le parole scorrevano veloci come la corrente di un fiume. Non l’avevo mai visto così tanto preso in qualcosa, ero felice fosse riuscito a portare così avanti uno dei suoi sogni. A quel punto l’unica cosa che mancava era la pubblicazione, poi avrebbe raggiunto il suo scopo. Era a un passo dal realizzare il suo sogno, e io facevo parte di tutto questo con lui. Mi aveva permesso di essere al suo fianco anche in questa avventura.

Guardai l’orologio sul comodino, segnava le 22:43. Ecco perché mi sentivo così stanca.  Non era arrivato a leggere la sesta facciata che i miei occhi iniziavano a dare i primi segni di cedimento. La mia attenzione era persa da un pezzo, e anche lui se n’era accorto. Scostai le coperte con i piedi e mi ci infilai sotto, avvicinandomi sempre più al suo corpo. Di conseguenza, lui prese i fogli che erano rimasti tra noi e li appoggiò per terra, poi si rannicchiò sempre più vicino a me, spense la abatjour e mi abbracciò.

Ci addormentammo così, abbracciati e felici.

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Scelte.

Guardami negli occhi e dimmi che ami lui. Guardami negli occhi e dimmi che vuoi passare il resto delle giornate con lui, che lui ti rende felice davvero e che non lo lascerai per me. Dimmelo guardandomi negli occhi e ci crederò; solo allora ci crederò.

In questo momento non so cosa pensare, a cosa credere e a cosa no. Ora come ora sono solo capace di stare seduta in bagno per ore a piangere ripensando alle tue parole e ai tuoi gesti. Prima la colpa era della distanza, ma ora? Ora che sono qui, qual è il problema? Lui? Quello che tu stesso finora hai definito come una “seconda scelta”? Certo, perché nel vuoto della distanza, lui è stato veloce a prendere il mio posto. Io ti servivo solo come spalla su cui piangere quando con lui andava male, ero la ruota di scorta, quella da chiamare “amore” quando eri ubriaco perché lui ti aveva messo le corna, vero?

Ora, certamente non mi aspettavo che una volta arrivata qui, una volta azzerati i chilometri, ti saresti buttato tra le mie braccia mollando tutto e sconvolgendo la tua vita di punto in bianco, ma allo stesso tempo mi aspettavo chiarezza. E questa chiarezza non c’è stata, anzi. Hai continuato a comportarti come se volessi farmi capire di voler me, come se volessi ribadirmi il concetto “stare con lui non è la stessa cosa che sarebbe stare con te”. E io pensavo facessi sul serio, ero felice perché pensavo che l’unica cosa di cui avessi bisogno fosse del tempo per capire come agire, e poi saresti stato mio. Avresti finalmente scelto me, dopo quattro anni.

Invece mi hai fatto crollare il mondo addosso con una semplice frase. “Non voglio distruggere una delle poche cose buone che sono riuscito a costruire nel frattempo.” Ora fammi capire, nel frattempo significa mentre a me mandavi messaggi in cui dicevi che la tua vita ti faceva schifo perché lui ti tradiva o nei mesi tra maggio e ottobre? Perché a maggio te ne sei uscito con la storia che ti aveva infastidito se non ero venuta a dormire nel tuo stesso letto, quella sera, e ora mi dici che però da me non vuoi niente? Che non sei disposto a lasciare la sicurezza dello stare con qualcuno che consideri una seconda scelta al rischio di essere finalmente felice con la tua prima? Tu dici che l’unica differenza tra me e lui è che con lui ci vai a letto e con me no, ma ti stai sbagliando, e di tanto anche. Lui può svegliarsi affianco a te, lui può ricevere i tuoi baci sulle labbra, i tuoi morsi, le tue carezze. Lui può intrecciare le sue dita alle tue quando camminate per strada, io no. Se non sono venuta a dormire affianco a te quella sera è perché mi viene la nausea a pensare che, probabilmente, la sera prima, a svegliarsi così, era lui.

Io capisco la tua situazione, lo giuro. Ci sono stata anche io, nel mezzo, e so benissimo che scegliere fa schifo e so quanto è grande la paura di buttarsi e di perdere le persone, ma ora tu prova a immedesimarti nella mia. Sei innamorato di me, sì o no? E non dire , se poi vuoi rimanere con la tua seconda scelta per “paura dei cambiamenti”, perché a quel punto significa che non mi ami abbastanza. Che non sono abbastanza. E stai tranquillo, sono abituata a sentirmi così; ché tanto alla fine è quello che sono stata per tutto questo tempo. Perché alla fine sembra che non ti importi se io ci sono sempre stata, nelle situazioni belle e in quelle brutte,  quando eri in ansia per la patente, il giorno del tuo esame e persino il giorno del tuo primo colloquio di lavoro, non t’importa se non c’era nessun altro, ti sei sempre solo focalizzato solo sul fatto che non fossi presente fisicamente. Lui non ti ha vissuto quanto me, non ti conosce nemmeno un quarto di quanto ti conosco io, eppure il privilegiato è lui. Però allo stesso tempo sappi che se mi dici no, non mi lasci altra scelta che andarmene. Sta volta sul serio, chiudere i rapporti una volta per tutte. Certo, ci potremmo sempre sentire una volta ogni tanto, ma non potrà più essere come prima. Non riuscirei a rimanerti amica, a starti vicina sapendo di lui. Sono stanca di spartirti con altre persone, sono stanca di accontentarmi delle briciole. Ora voglio tutto o niente. Questa volta sarebbe definitivo, per entrambi. Tutti i nostri progetti di andare a Londra, di andare a vedere le northern lights, di farci un concerto dei Mars assieme, annullati. Addio a tutti i nostri viaggi nelle librerie a perderci tra i libri, a tutti i disegni che ti facevo e che ti avrei fatto, alle volte che ti usavo e che ti avrei usato come soggetto nelle fotografie; addio alla nostra idea di averci marchiati sulla pelle per sempre, all’idea di farci una notte in tenda sotto le stelle con il falò e i marshmallow.

Ma tanto a quanto sembra l’idea di perdere tutto con me non ti spaventa quanto spaventa me. E forse hai ragione, alla fine ti basterà poco a sostituirmi con lui, ché alla fine è lui l’unica cosa buona che sei riuscito a costruire, non è vero?

Non ho mai smesso di aspettarti.

Non ho mai smesso di aspettarti.
Non sto più con il naso appiccicato alla finestra per vederti spuntare all’improvviso, non vivo più con il telefono continuamente in mano, non parlo più di te con chiunque incontri, non passo più le notti in bianco pregando che tu non ti innamori di qualcun altro.
La vita va avanti, ma io ti aspetto ancora.
Ti aspetto con dignità, con la calma di chi sa che, anche se non dovessi tornare, ti aspetterà fino alla fine.

Fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Ti volevo scrivere, ma non l’ho fatto, ti volevo dire che si può tornare indietro se vuoi, ma se non torni vuol dire che non vuoi. Ti volevo dire che possiamo sperimentare, che possiamo avere un’occasione. Ti volevo dire che le cose se vuoi possono cambiare, che basta volerlo, che basta ricominciare.
Ti volevo dire che qui ci sono sempre due braccia che t’aspettano, che non faccio niente, che non mi faccio sentire, ho accettato silenziosamente le tue scelte, non ho più smosso il mondo, non l’ho più fatto. E non chiedermi perché, non te lo saprei dire. Ti volevo dire che anche se non ti cerco, se non ti scrivo, se non ti chiamo, ti penso. Ti volevo dire che a volte mi viene da prendere quel telefono e scriverti, e perdonami se non ho il coraggio di farlo. Ti volevo dire che a volte vorrei lottare ma non so se c’è qualcosa per cui lottare, ti vorrei convincere che ne vale la pena, che potresti buttare tutto all’aria, ricominciare e non pentirtene.
Mi ci porti? Al mare dico, magari di notte, così ci stendiamo sulla sabbia e ci mettiamo a guardare le stelle, ma mi sa tanto che non ci credi ai sogni che si realizzano; nemmeno io sai, ma possiamo provare che sia tutto vero. Portami al mare, voglio stendermi sulla sabbia, voglio avere la sabbia tra i capelli e tra le mani, proviamo a sfiorarci le labbra, se poi tutto è finito, se non c’è più nessun brivido, prometto che andrò via! Ma non ci credere più di tanto eh, lo sai questo tipo di promesse io non so mantenerle.
Però tu provaci, vieni e fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Sei mesi che non sei passato.

 

Come si fa a scrivere quando ci si sente così? Come si fa a capire qualcosa di quel che si prova quando, pur cercando di mettere insieme tutti i pezzi , il puzzle che esce ha l’immagine di un grande punto interrogativo? Di solito non amo scrivere su carta tutti i pensieri e ricordi per paura di sciuparli e distruggerli, ma questa volta ho paura di perderli. Voglio ricordare, tutto, anche se dovesse far male.

Voglio ricordarmi il suo sorriso quando mi ha visto uscire dalla porta dell’hotel. Voglio ricordarmi il nostro primo abbraccio dopo sei mesi. Voglio ricordarmi quando mi ha chiesto di stargli vicino perché si sentiva a disagio a stare davanti a tutto il gruppo senza di me. Voglio ricordarmi quando mi ha preso sotto braccio, quando siamo saliti sulla metro e lui ha appoggiato la testa sulla mia spalla. Voglio ricordarmi il momento in cui mi ha fatto sedere sulle sue gambe e, quando pensavo di cadere, mi ha stretto e mi ha detto ‘guarda che ti sto tenendo, non cadi’. Voglio ricordarmi quando mi ha promesso che questa volta sarebbe venuto lui da me; che il prossimo treno l’avrebbe preso lui. Voglio ricordarmi quando mi soffiava tra i capelli e se lo facevo io pronunciava il mio nome facendo il finto arrabbiato. Voglio ricordarmi i nostri sorrisi. Voglio ricordarmi le facce strane nei selfie ma voglio ricordarmi soprattutto il momento prima di separarci.

Quando stavamo lì, davanti alle porte dell’hotel, ad aspettare che gli altri entrassero per poterci abbracciare di nuovo. Voglio ricordarmi l’intero abbraccio, e sebbene non sia capace di trascrivere su carta le sensazioni e emozioni che ho provato, posso dire che è stato uno dei più belli fino ad ora. Tutta la freddezza e il distacco dei messaggi sono svaniti, tutte le liti e le incomprensioni improvvisamente dimenticate. Quando, rimanendo abbracciati, siamo entrati fino nella hall dell’hotel e gli ho fatto notare che se non mi avesse lasciato mi sarei persa la conferenza e lui ha risposto ‘non andare’.

Due semplici parole che sono riuscite a scombussolare la mia mente per tutto il viaggio di ritorno e ancora adesso. Due semplici parole che, anche se per lui non avranno sicuramente significato niente, mi hanno fatto riflettere e capire che quando dico che sono andata avanti senza lui, mento; e che quando dico di averlo dimenticato e di averlo lasciato nel passato, come fosse solo un bel ricordo, mento per la seconda volta

Inutile illudersi, niente sarà mai più uguale.

Ti ho amato così tanto che se ci penso ancora mi entra dentro un brivido e quel respiro lunghissimo trattenuto prima di vederti, quel respiro che finiva regolarmente sulle tue labbra, ancora lo ricordo. Mi hai dato tanto, poi sempre di meno, rendendomi schiava di quell’inizio.
Avresti dovuto affrontare solo il peso di prendere un treno, correre verso la paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una sola per rimanere.

E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale.

Dream

Siamo come i numeri primi gemelli

Ieri sera, non riuscendo a dormire, ho iniziato a pensare. Pensavo alla matematica e, nel frattempo, a me e a lui. Qual è il collegamento? I numeri primi. E’ strano, però nella matematica ci sono questi numeri, i numeri primi appunto, che sono divisibili solo per uno e per se stessi. Tra questi, poi, esistono anche quelli che vengono chiamati ‘numeri primi gemelli’. I matematici hanno deciso di chiamarli così proprio perché lungo tutta la serie di numeri loro si trovano vicini, ma non abbastanza da toccarsi in quanto tra loro c’è sempre un numero pari che non glielo permette.  Ebbene, pensavo che forse io e lui siamo come dei numeri primi gemelli. Vicini, ma non abbastanza da poterci sfiorare. E quel numero pari che non ci permette di stare insieme rappresenta proprio il nostro più grande ostacolo: la distanza. Forse siamo destinati ad amarci per sempre a distanza di un numero. Forse siamo costretti a rimanere fermi ad un passo l’uno dall’altro, senza trovare il modo di toccarci di nuovo. Forse siamo troppo orgogliosi per ammetterlo, o forse siamo troppo deboli per accettarlo. Rimarremo sospesi a mezz’aria, vicini quanto serve per amarci e distanti quel poco che basta per distruggerci.

Dream

Ci penso, a te.

Ci penso a te, ci penso continuamente. Mi faccio domande su com’eri e come sei diventato. Mi chiedo come sia possibile che quei baci leggeri fossero baci bugiardi, finti. Mi chiedo come hai fatto ad innamorarti di lui così all’improvviso, come hai fatto a dimenticare tutto quello che avevamo passato uno accanto all’altra.
Sai, forse lui è quello giusto, ti farà ridere, farete del sesso favoloso e non sentirai più il peso del mio amore che ti opprime il petto o sulle tue spalle. Forse ti renderà più felice di quanto avrei potuto fare io. È probabile, quasi certo. Io sono felice per te, ti amo e ti ho amato così tanto che non potrei no augurarti di innamorarti e di essere felice. Solo avrei voluto che lo fossi con me. Avrei voluto ricominciare, cancellare i ricordi brutti del passato e ricordare solo i più belli. Ricominciare da quelli. Ma non so quanto possa avere importanza ora. Ora vorrei solo che tu non mi dimenticassi, vorrei che nei gesti che fa lui ogni tanto ritrovassi un po’ delle mie insicurezze. Vorrei che nella sua risata sentissi qualche volta il suono dei miei sorrisi che, quando stavo con te, erano sempre sinceri.
Ti auguro tutta la felicità del mondo perché tu me ne hai data tanta, anche se in così ‘poco’ tempo. Così tanta che ogni tanto è bastata anche per quando non c’eri, anche nelle attese.
Ti auguro di guardarti indietro, un giorno, e vedere una persona ‘forte’ che ha lottato contro il mondo per rimediare ai suoi errori, per poterti riavere o anche solo abbracciare.
Ti auguro di vivere una vita che ormai non si incrocerà più, a meno che non sia tu a volerlo, con la mia.

Dream