Abbracciati e felici.

La luce soffusa della lampada all’angolo della stanza illuminava debolmente tutta la stanza, ma era quanto mi bastava per poter leggere le ultime pagine del mio libro. Non feci in tempo a sfogliare la seconda pagina del nuovo capitolo che mi sentii chiamare dall’altra stanza.

«Nicole, ho finito, vieni a vedere!»

All’inizio mi sentii un po’ spaesata, non capivo che cos’era che aveva finito e che dovessi vedere, ma poi compresi: mi stava chiamando dal suo studio perché era finalmente riuscito a finire di scrivere il suo libro, o per lo meno la bozza. Misi il segnalibro tra le pagine del libro che tenevo in mano, lo chiusi e lo appoggiai sul divano. Mi alzai, percorsi il corridoio ed entrai nella sua stanza da lavoro. Lo trovai sulla poltrona, con un sorriso smagliante e il Mac sulle gambe, che attendeva la fine della stampa dei fogli pieni di parole. Spostai lo sguardo dal suo sorriso alla scrivania e notai che nel pacchetto di sigarette comprato quella stessa mattinata ne rimanevano solamente due. Avrei voluto insultarlo per questo, ma mi sarebbe dispiaciuto rovinare il suo piccolo momento di gloria, così decisi di stare zitta.

Mi sedetti sul bracciolo della poltrona e gli chiesi se, intanto che aspettavamo che i fogli finissero di ammucchiarsi sparsi sul pavimento, volesse bere un tè caldo. Lui rispose che ne avrebbe preparati due, uno per me e uno per lui, ma solo se io nel frattempo avessi iniziato a leggere le sue bozze e a correggerle, se fosse stato necessario.

Annuii. «D’accordo.»

Era sempre stato così, fin da quando l’avevo conosciuto gli avevo sempre ripetuto che un giorno lui avrebbe scritto un libro e mi avrebbe usata come correttore di bozze: avevo ragione.

«Allora, mi vuoi dire come lo vuoi ‘sto tè?» sbottò lui all’improvviso, facendomi sobbalzare e distraendomi dai pensieri.

«Ah già, ehm.. voglio il tè bianco della Twinings,» risposi «e non osare sbuffare perché non prendo il classico Earl Grey come fai sempre te; ho voglia di cambiare.»

Non rispose, si limitò a darmi un bacio sulla fronte, poi si alzò dalla poltrona e si diresse verso la cucina. Mi chinai a raccogliere i primi fogli della stampa, avvicinai la poltrona alla scrivania e mi sistemai per bene a leggerli.  Da una parte il rumore di lui che trafficava con il pentolino per il tè, riempiendolo d’acqua, sbattendolo sui fornelli, e dall’altra la stampante che continuava ininterrottamente a sputare pagine. Non riuscivo a concentrarmi. Decisi allora che sarebbe stato lui a leggermi il suo libro, mentre avremmo sorseggiato il tè.

Mi alzai silenziosamente dalla poltrona e mi incamminai in punta di piedi verso la cucina, mi fermai sulla soglia ad osservarlo ai fornelli. Ogni suo movimento era arte, ogni suo lineamento era arte. Non si era accorto che lo stavo fissando, e la sua innocenza nel non sapere di essere osservato mi ammaliava ogni volta. Era l’altra parte di lui, quella inconscia, vera. Quella che si nasconde dietro alla maschera del quotidiano che la società stessa ci impone di portare. Era così bello vederlo a casa con me, l’unico posto dove poteva essere finalmente se stesso. Era così bello sapere di potersi svegliare ogni mattina al suo fianco e trovare quello che era il suo vero io. Sapevo di essere fortunata a poter essere io ad accarezzargli le cicatrici sul petto, quando si addormentava senza maglietta, e quelle sul braccio, quando la mattina lo trovavo stretto a me, aggrappato alla mia vita.

Notai che aveva infilato una sola bustina nel pentolino dell’acqua bollente, e non l’aveva divisa nelle tazze come faceva di solito. Questo poteva significare solo due cose: o si era convinto a provare il tè bianco, oppure  aveva messo l’Earl Grey e stava costringendo anche me a berlo insieme a lui.  Mi avvicinai di soppiatto e lo abbracciai da dietro. Con quella scusa vidi che la bustina della Twinings infilata nel pentolino era Earl Grey e misi il broncio. Lui, appena sentii la stretta delle mie braccia, si girò, mi sorrise e chiese:

«Cosa ci fai qui? Non dovresti essere nello studio a leggere le mie bozze?»

Non risposi, ma continuai a tenere un’espressione imbronciata finché lui, con la fronte corrugata, sbuffò e aggiunse «Che c’è? Perché quella faccia?»

Abbassai lo sguardo, scendendo dai suoi occhi neri come pozzi fino al pentolino ancora sul fornello, per arrivare poi a posarlo sull’etichetta della bustina del tè.

Subito dopo lo risollevai e guardai in alto, verso il soffitto. «Non cambierai mai, vero? L’ultima decisione deve sempre spettare a te!»

«Ma smettila,» ribatté lui con quella ‘e’ aperta tipica del suo modo di parlare «nemmeno tu cambi mai, devi avere sempre qualcosa per cui lamentarti, vero?». Mentre lo diceva, però, gli angoli delle sue labbra si incurvarono verso l’alto. Non riusciva a rimanere serio, e di conseguenza cedetti anche io. Quanto ero debole, quando si trattava di lui. Rigirò il suo corpo tra le mie braccia ancora strette attorno a lui fino a che i nostri nasi non si sfiorarono, mi stampò un veloce bacio sulle labbra per poi divincolarsi dalla stretta.

«Comunque,» iniziai «ero venuta per chiederti di essere tu a leggere le tue bozze. Io voglio ascoltare, lo sai quanto mi piace.»

Lui annuii debolmente, poi versò il tè nelle due tazze. Una la tenne in mano e l’altra la porse a me.

«Attenta a non scottarti,» mi ammonì «e vai in camera da letto ché ti raggiungo lì.»

Tenendo la tazza con due mani, attentissima a non far cadere nemmeno una goccia, mi diressi verso camera nostra. Quando fui arrivata, appoggiai la tazza sul comodino affianco al mio cuscino e mi sedetti sul letto ad aspettarlo. Chissà se ha messo lo zucchero, pensai, e nel frattempo iniziai a mescolare facendo tintinnare il cucchiaino contro i bordi. Qualche minuto più tardi, arrivò anche lui e si sdraiò al mio fianco. Tra le mani teneva tutti i fogli ordinati, poi decise di appoggiarli tutti sulle coperte tra di noi, tranne il primo.

«Allora, sei pronta?» mi domandò. «Preparati perché questa è l’unica cosa buona che sono riuscito a fare finora nella mia vita.»

Questa frase un po’ mi ferì: pensavo di far parte anche io delle cose buone della sua vita. Poi pensai che forse era solo un modo di dire, così lasciai perdere. Iniziò a leggere, e pagina dopo pagina le parole scorrevano veloci come la corrente di un fiume. Non l’avevo mai visto così tanto preso in qualcosa, ero felice fosse riuscito a portare così avanti uno dei suoi sogni. A quel punto l’unica cosa che mancava era la pubblicazione, poi avrebbe raggiunto il suo scopo. Era a un passo dal realizzare il suo sogno, e io facevo parte di tutto questo con lui. Mi aveva permesso di essere al suo fianco anche in questa avventura.

Guardai l’orologio sul comodino, segnava le 22:43. Ecco perché mi sentivo così stanca.  Non era arrivato a leggere la sesta facciata che i miei occhi iniziavano a dare i primi segni di cedimento. La mia attenzione era persa da un pezzo, e anche lui se n’era accorto. Scostai le coperte con i piedi e mi ci infilai sotto, avvicinandomi sempre più al suo corpo. Di conseguenza, lui prese i fogli che erano rimasti tra noi e li appoggiò per terra, poi si rannicchiò sempre più vicino a me, spense la abatjour e mi abbracciò.

Ci addormentammo così, abbracciati e felici.

Scelte.

Guardami negli occhi e dimmi che ami lui. Guardami negli occhi e dimmi che vuoi passare il resto delle giornate con lui, che lui ti rende felice davvero e che non lo lascerai per me. Dimmelo guardandomi negli occhi e ci crederò; solo allora ci crederò.

In questo momento non so cosa pensare, a cosa credere e a cosa no. Ora come ora sono solo capace di stare seduta in bagno per ore a piangere ripensando alle tue parole e ai tuoi gesti. Prima la colpa era della distanza, ma ora? Ora che sono qui, qual è il problema? Lui? Quello che tu stesso finora hai definito come una “seconda scelta”? Certo, perché nel vuoto della distanza, lui è stato veloce a prendere il mio posto. Io ti servivo solo come spalla su cui piangere quando con lui andava male, ero la ruota di scorta, quella da chiamare “amore” quando eri ubriaco perché lui ti aveva messo le corna, vero?

Ora, certamente non mi aspettavo che una volta arrivata qui, una volta azzerati i chilometri, ti saresti buttato tra le mie braccia mollando tutto e sconvolgendo la tua vita di punto in bianco, ma allo stesso tempo mi aspettavo chiarezza. E questa chiarezza non c’è stata, anzi. Hai continuato a comportarti come se volessi farmi capire di voler me, come se volessi ribadirmi il concetto “stare con lui non è la stessa cosa che sarebbe stare con te”. E io pensavo facessi sul serio, ero felice perché pensavo che l’unica cosa di cui avessi bisogno fosse del tempo per capire come agire, e poi saresti stato mio. Avresti finalmente scelto me, dopo quattro anni.

Invece mi hai fatto crollare il mondo addosso con una semplice frase. “Non voglio distruggere una delle poche cose buone che sono riuscito a costruire nel frattempo.” Ora fammi capire, nel frattempo significa mentre a me mandavi messaggi in cui dicevi che la tua vita ti faceva schifo perché lui ti tradiva o nei mesi tra maggio e ottobre? Perché a maggio te ne sei uscito con la storia che ti aveva infastidito se non ero venuta a dormire nel tuo stesso letto, quella sera, e ora mi dici che però da me non vuoi niente? Che non sei disposto a lasciare la sicurezza dello stare con qualcuno che consideri una seconda scelta al rischio di essere finalmente felice con la tua prima? Tu dici che l’unica differenza tra me e lui è che con lui ci vai a letto e con me no, ma ti stai sbagliando, e di tanto anche. Lui può svegliarsi affianco a te, lui può ricevere i tuoi baci sulle labbra, i tuoi morsi, le tue carezze. Lui può intrecciare le sue dita alle tue quando camminate per strada, io no. Se non sono venuta a dormire affianco a te quella sera è perché mi viene la nausea a pensare che, probabilmente, la sera prima, a svegliarsi così, era lui.

Io capisco la tua situazione, lo giuro. Ci sono stata anche io, nel mezzo, e so benissimo che scegliere fa schifo e so quanto è grande la paura di buttarsi e di perdere le persone, ma ora tu prova a immedesimarti nella mia. Sei innamorato di me, sì o no? E non dire , se poi vuoi rimanere con la tua seconda scelta per “paura dei cambiamenti”, perché a quel punto significa che non mi ami abbastanza. Che non sono abbastanza. E stai tranquillo, sono abituata a sentirmi così; ché tanto alla fine è quello che sono stata per tutto questo tempo. Perché alla fine sembra che non ti importi se io ci sono sempre stata, nelle situazioni belle e in quelle brutte,  quando eri in ansia per la patente, il giorno del tuo esame e persino il giorno del tuo primo colloquio di lavoro, non t’importa se non c’era nessun altro, ti sei sempre solo focalizzato solo sul fatto che non fossi presente fisicamente. Lui non ti ha vissuto quanto me, non ti conosce nemmeno un quarto di quanto ti conosco io, eppure il privilegiato è lui. Però allo stesso tempo sappi che se mi dici no, non mi lasci altra scelta che andarmene. Sta volta sul serio, chiudere i rapporti una volta per tutte. Certo, ci potremmo sempre sentire una volta ogni tanto, ma non potrà più essere come prima. Non riuscirei a rimanerti amica, a starti vicina sapendo di lui. Sono stanca di spartirti con altre persone, sono stanca di accontentarmi delle briciole. Ora voglio tutto o niente. Questa volta sarebbe definitivo, per entrambi. Tutti i nostri progetti di andare a Londra, di andare a vedere le northern lights, di farci un concerto dei Mars assieme, annullati. Addio a tutti i nostri viaggi nelle librerie a perderci tra i libri, a tutti i disegni che ti facevo e che ti avrei fatto, alle volte che ti usavo e che ti avrei usato come soggetto nelle fotografie; addio alla nostra idea di averci marchiati sulla pelle per sempre, all’idea di farci una notte in tenda sotto le stelle con il falò e i marshmallow.

Ma tanto a quanto sembra l’idea di perdere tutto con me non ti spaventa quanto spaventa me. E forse hai ragione, alla fine ti basterà poco a sostituirmi con lui, ché alla fine è lui l’unica cosa buona che sei riuscito a costruire, non è vero?

Non riesco a riempire il vuoto di questa serata.

Cosa non ci fa eh, questo orgoglio. Tu di là e io di qua, non un messaggio, non una parola a riempire il vuoto di questa serata. Non ti scriverò. Mi sembra che tu viva meglio senza di me, mi sento quasi un elemento di disturbo nella tua vita, nella tua relazione. Mi sento quell’elemento lasciato li, un po’ in disparte, quell’elemento che sai che c’è, che è sempre lì nonostante tutto, e che usi solo quando ti comoda. “Usata”, forse non è la parola giusta, o forse sì. Usata quando ti serviva una spalla su cui piangere, quando ti serviva qualcuno che ti desse dei consigli che sapevi benissimo non avresti ascoltato; usata quando dici una cosa e poi ne fai un’altra, ma tanto lei è sempre lì, data per scontata.

Tutte quelle belle parole che hai detto, dove sono finite? Dove le ha portate il vento? Dove sono volate? Forse le hai dette così per dire, per dar fiato alla bocca, o forse stai solo reprimendo tutto quello che senti perché, in fondo in fondo, a te le seconde scelte non dispiacciono affatto. Forse tu fai veramente presto a dimenticarti di quei viaggi in autostrada di notte con i The Calling a palla, solo noi due, per andare a sentire il rumore delle onde del mare che, testarde come me, continuano a infrangersi sulla riva. Forse hai già dimenticato il sorriso che ti è spuntato sulle labbra quando è spuntata l’alba. Forse non ti ricordi più cosa vuol dire passare un concerto abbracciati, a cantare a squarciagola ché non si sa mai che il mondo si accorga che noi ci siamo, e che, almeno per quel momento, siamo insieme.

E se sei già riuscito a sbarazzarti di questi ricordi dopo appena più di un mese, sicuramente non ti sarà nemmeno passato per la testa dove eravamo, noi, esattamente 365 giorni fa. Beh, io me lo ricordo, me lo ricordo come fosse ieri. Tutto è cominciato quando ci siamo svegliati, o meglio, quando io mi sono svegliata e ho cercato di fare meno movimenti possibili per non svegliare quell’ammasso di ossicini e capelli che si era addormentato su di me. Avrei voluto rimanere in quella posizione per giorni, se fosse stato possibile, ma avevamo un treno da prendere: direzione Venezia. Dovevamo salire sul treno che ci avrebbe portato verso quella città costruita sull’acqua, dove stai poco a perderti tra i vicoli stretti. C’erano i piccioni e Piazza San Marco, c’erano i tuoi soliti caffè, brioche e spremuta per colazione e c’erano i gondolieri che volevano a tutti i costi farci salire su una gondola, così che alla fine abbiamo ceduto, ricordi? C’era l’uomo con la sedia in testa e poi c’eri tu, tu che non la smettevi di sorridere un attimo quando guardavi nelle vetrine e vedevi penne fatte di vetro da aggiungere alla tua collezione o arazzi da appendere in camera. C’eri tu e c’eravamo noi quando ha iniziato a piovere ma a noi non importava, ché era così bello correre sotto la pioggia fino a trovare il nostro -il “tuo”- molo dove siamo persino riusciti ad attirare l’attenzione di un fotografo che passava di li perché, stretti e vicini, ci siamo distesi a vivere quei momenti per cui ogni tanto ti ricordi che forse vale la pena vivere.

I ricordi che abbiamo insieme sono quanto di più caro mi resta nelle giornate vuote come questa, giornate in cui non ti fai sentire perché, forse, hai capito che non puoi camminare con un piede in due scarpe e quindi hai fatto la tua scelta: la seconda.

Odio

Odio le persone false
odio i finti moralisti, e anche quelli veri
odio le persone che ad una domanda ti rispondono con un altra domanda
odio le frasi a metà
odio le mezze verità.

Odio essere triste,
odio stare male per le persone che non meritano
odio le persone viziate
odio l’odore dell’erba tagliata
odio quando le persone se ne vanno senza un perché
odio non sapere cosa dire.

Odio non riuscire a far restare le persone, o a farle tornare.
Odio chi inizia a scriverti e poi se ne va e non ti risponde più.

Odio le persone che vogliono essere al centro dell’attenzione.
Odio le persone che si autocommiserano.
Odio chi insulta i gusti musicali degli altri.

Odio l’amore non corrisposto,
odio la distanza.
Odio piangere
e odio chi non sa farsi i cazzi suoi.

Odio chi sussurra,
odio chi urla.
Odio essere gelosa,
odio le persone maleducate e quelle prepotenti.

Odio i pregiudizi
odio chi maltratta gli animali.
Odio chi spara sentenze neanche loro fossero giudici.
Odio le persone che ti fissano, e anche quelle che ti ignorano.

Odio le persone incoerenti,
odio le amicizie di convenienza e le storie d’amore per dimenticare gli ex.
Odio gli egoisti,
odio essere troppo timida a volte, e odio non esserlo in altre.
Odio essere sempre una seconda scelta.
Odio essere sempre disponibile per gli altri.
Odio non avere il coraggio, non saper dire di no.
Odio chi giudica,
odio chi parla senza sapere, senza aver provato.
Odio chi non mantiene le promesse.
Odio chi si ferma all’apparenza,
odio le doppie facce,
odio le persone superficiali e quelle snob.
Odio le persone che si credono qualcuno quando in realtà non sono nessuno.
Odio chi ti dice la verità solo da ubriaco.
Odio essere sempre raggiungibile.
Odio venir data per scontata.
Odio essere fraintesa,
odio essere l’unica a cui importa
odio essere l’unica che lotta, l’unica che spera.
Odio le illusioni
odio non avere il controllo.
Odio le dipendenze,

e odio lui
anche se in realtà
di lui 
sono innamorata  
e di lui
non posso fare a meno.

Fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Ti volevo scrivere, ma non l’ho fatto, ti volevo dire che si può tornare indietro se vuoi, ma se non torni vuol dire che non vuoi. Ti volevo dire che possiamo sperimentare, che possiamo avere un’occasione. Ti volevo dire che le cose se vuoi possono cambiare, che basta volerlo, che basta ricominciare.
Ti volevo dire che qui ci sono sempre due braccia che t’aspettano, che non faccio niente, che non mi faccio sentire, ho accettato silenziosamente le tue scelte, non ho più smosso il mondo, non l’ho più fatto. E non chiedermi perché, non te lo saprei dire. Ti volevo dire che anche se non ti cerco, se non ti scrivo, se non ti chiamo, ti penso. Ti volevo dire che a volte mi viene da prendere quel telefono e scriverti, e perdonami se non ho il coraggio di farlo. Ti volevo dire che a volte vorrei lottare ma non so se c’è qualcosa per cui lottare, ti vorrei convincere che ne vale la pena, che potresti buttare tutto all’aria, ricominciare e non pentirtene.
Mi ci porti? Al mare dico, magari di notte, così ci stendiamo sulla sabbia e ci mettiamo a guardare le stelle, ma mi sa tanto che non ci credi ai sogni che si realizzano; nemmeno io sai, ma possiamo provare che sia tutto vero. Portami al mare, voglio stendermi sulla sabbia, voglio avere la sabbia tra i capelli e tra le mani, proviamo a sfiorarci le labbra, se poi tutto è finito, se non c’è più nessun brivido, prometto che andrò via! Ma non ci credere più di tanto eh, lo sai questo tipo di promesse io non so mantenerle.
Però tu provaci, vieni e fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Inutile illudersi, niente sarà mai più uguale.

Ti ho amato così tanto che se ci penso ancora mi entra dentro un brivido e quel respiro lunghissimo trattenuto prima di vederti, quel respiro che finiva regolarmente sulle tue labbra, ancora lo ricordo. Mi hai dato tanto, poi sempre di meno, rendendomi schiava di quell’inizio.
Avresti dovuto affrontare solo il peso di prendere un treno, correre verso la paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una sola per rimanere.

E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale.

Dream

Solo un amico

Rimarrai un amico, un amico importante, certo, ma solo un amico. Sono stanca di aspettare risposte che non sono mai arrivate e che non arriveranno mai. Ho messo troppe virgole dove ci andavano messi dei punti. Ora, quel punto è finalmente arrivato. Ti lascio libero di vivere la tua vita e mi rendo libera di vivere la mia. Mi permetto di potermi legare a qualcun altro tanto quanto mi ero legata a te. Mi faccio il piacere di non starci ancora male per qualcosa che alla fine non è nemmeno mai iniziato. Forse era solo tutta un’ illusione fin dall’inizio, forse l’esserci incontrati per caso, quel giorno, non era un segno del destino. Forse ho sempre e solo frainteso tutto. Ad ogni modo, sebbene la nostra storia fino a qui potesse sembrare quella di un film, sappiamo entrambi che anche i film finiscono. E questo finirà così. Le nostre vite si sono intrecciate una volta e adesso stanno tornando ognuna per la sua strada. Magari saranno come delle rette parallele che non si incontreranno mai più, o magari continueranno a viaggiare vicine ricordandosi di quanto era bello quando si erano incrociate per la prima volta.
E niente, volevo solo dirti che me ne sto andando via. Non fisicamente, non sto fuggendo da te come persona, ma sto lasciando andare l’amore che provo per te. Ricordo quando mi avevi scritto ‘maybe you don’t have to say goodbye’ in un commento sotto alla canzone di Troye Sivan. Beh, ora invece ho bisogno di dire ‘addio’. Non voglio dire addio a te, sarebbe da stupidi dopo tutto quello che abbiamo vissuto, ma voglio dire addio a tutto quello che provo per te e che va oltre all’amicizia. Voglio dire addio a tutti i desideri, le sensazioni e le emozioni che provo quando penso a te o quando sto con te. Ci vorrà un po’ di tempo, ma mi metterò d’impegno e la prossima volta che ci rivedremo saremo solo amici. Amici che hanno passato momenti bellissimi insieme, amici che forse sarebbero potuti essere qualcosa di più. Amici che ne hanno passate e superate tante insieme, ma, alla fin fine, nient’altro che amici.

Dream

Dimmi che torni.

Prima di andare, dimmi che torni.
Dimmi che torni, che senza di me ti manca qualcosa, o semplicemente che ti manco io.
Prima di andare, promettimi che ti impegnerai a tornare e che cercherai sempre un motivo per tornare da me, promettimi che quel motivo sarò proprio io.
Prima di andare, fa’ che sia l’ultima volta.
Prima di andare, dimmi che torni.
Non giurarmi di restare, non giurarmi che ci sarai sempre, tu dimmi che torni. Dimmi che alla fine torni sempre.
Dimmi che non sarai solo uno dei tanti destinati a far la stessa fine degli altri. Dimmi che tu sei diverso.
Prima di andare, baciami e basta. Anche se sono più alta io, su quel gradino del treno, e basso tu, in piedi sulla banchina, baciami, ché magari scendo un po’ per arrivare da te.
È da qualche giorno che ho il tuo profumo tra i capelli. Ed è da un bel po’ che non faccio altro che pensare che magari finirà tutto, nello stesso modo in cui niente è mai iniziato.
Dimmi che non sarà così. Dimmi che avrò il tuo profumo dappertutto, e non solo fra i capelli. Dimmi che fra le tue labbra il mondo è più bello, che si sta meglio, che agli angoli della tua bocca si coniugano i verbi al futuro.
Prima di andare, di uscire, di scappare, salutare, prima di allontanarti da me, dimmi che torni. Dimmi che ti mancherò, che poi tanto torni.
Prima di andare, resta con me.

Dream

Voglia di non partire.

‹‹Quanto tempo abbiamo ancora?››
‹‹Dieci minuti, forse qualcosa in più se parte con un po’ di ritardo.››
La sua mano destra continuava a tenere stretta la mia sinistra mentre camminavamo piano. Di colpo si fermò e tirò la mia mano verso di se, mi guardò negli occhi e schiuse la bocca per parlare.
‹‹E dopo, cosa farai?››
‹‹Cosa farò dopo.. nemmeno io lo so; mangerò, forse di meno, e mi mancherai, sicuramente di più, ma ti amerò tanto come ho sempre fatto. E tu invece? Tu, cosa farai?››
‹‹Fumerò, forse di più. E mi mancherai anche tu, lo sai.››
Non aveva detto che mi amava anche lui, non lo faceva quasi mai. Il verbo amare era uno di quei verbi che faceva fatica ad usare, “ti amo” erano due parole che non pronunciava spesso, ma dentro di me sapevo che provava i miei stessi sentimenti, o per lo meno ci speravo.
‹‹Ehi, non esagerare con le sigarette, te l’ho detto mille volte. Con quel polmone che hai ti fanno solo più male.. e promettimi che.. non di nuovo..››
Non serviva nemmeno che finissi la frase, lui aveva già capito a cosa mi stessi riferendo.
‹‹Te lo prometto, te lo prometto! Ti ho detto che ho chiuso con quella roba, è finito tutto nel bidone della spazzatura. E’ passata, te lo giuro. Ora promettimelo anche tu, dimmi che ne siamo usciti entrambi.››
‹‹Sì, te lo giuro. Sì!››
Nel frattempo con la mano sinistra aveva afferrato la mia mano libera. Eravamo uno di fronte all’altro, ci guardavamo fissi negli occhi: i miei occhi verdi persi nell’oscurità dei suoi. Mi stavo mordicchiando il labbro inferiore quando lui alzò le nostre mani e se le portò alla bocca. Bacio le mie dita e poi mi tirò verso di se in un abbraccio infinito. Attorno a noi migliaia di persone correvano avanti e indietro, guardando continuamente l’orologio; si poteva sentire un insieme di voci indistinte, di lingue diverse e il continuo sferragliare dei treni.
Mi avvicinai al suo orecchio e in un sussurro gli dissi: ‹‹Promettimi che ci rivedremo presto. Sei ancora qui stretto a me eppure mi manchi già.››
In tutta risposta lui avvicinò le sue labbra alle mie e prima di baciarmi disse: ‹‹Saremo di nuovo insieme prima di quanto tu creda, è una promessa.››
Il bacio che seguì fu uno dei più belli di sempre, il sapore delle sue labbra sulle mie, quel sapore che per i mesi seguenti non sarebbe mai svanito dalla mia bocca. I miei occhi erano chiusi, avevo paura che se li avessi aperti in quel momento sarei scoppiata in lacrime davanti a lui, e io ho sempre odiato piangere di fronte alle persone, eppure ero sicura che i suoi fossero aperti. Ero sicura che non si sarebbe perso un attimo di quel momento, e infatti era così. Non riuscii a trattenere le lacrime e queste scivolarono silenziose lungo le mie guance fino ai lati della bocca. Lui non smise di baciarmi ma nel frattempo mi asciugò delicatamente le lacrime salate dal volto con i pollici.
‹‹Credo che tu ora debba andare, altrimenti perdi il treno..›› mi sussurrò ‹‹..anche se potresti benissimo lasciarlo andare e rimanere qui a dormire con me.››
‹‹Sai che lo farei, ma sai anche che non posso farlo. Per oggi mi sa che dovrò proprio prenderlo, quel treno. Dai, accompagnami.››
“Prossima partenza Frecciabianca diretto Udine al binario 6”
Eccola, la voce metallica che avrei voluto non parlasse mai. Dovevo tornare a casa, ancora un volta senza di lui. Ancora una volta avrei dovuto guardare la sua figura allontanarsi dal finestrino e cercare di trattenere le lacrime abbastanza a lungo aspettando di non vederlo più.
E così feci, anche quel giorno. Mentre salivo sul treno non staccai la mano dalla sua, le mie dita erano ancora intrecciate alle sue. Non volevo lasciarlo andare, non volevo che mi lasciasse andare. Io, sul primo gradino della porta del treno e lui sotto, in punta di piedi sulla riga gialla. Mi protesi verso di lui e gli diedi l’ultimo bacio prima di allargare la mano e di liberarmi dalla sua stretta.
Subito dopo le porte si chiusero. Io dentro, lui fuori.
Sentii un peso che mi gravava sul petto, si era staccata una parte del mio cuore. L’avevo lasciata a lui.
Mi sedetti sul primo sedile libero vicino al finestrino in modo da poterlo vedere ancora. Forse mi stavo facendo solo più male, eppure sentivo di doverlo fare. Il treno fischiò e appena sentii che si stava muovendo, mi sporsi dal finestrino, lo chiamai e gli urlai: ‹‹Ricordati che ti amo! Ci sentiamo appena arrivo a casa, okay?››
La sua risposta fu un ‹‹Okay›› detto a voce bassa, ma allo stesso tempo abbastanza alta affinché io lo potessi sentire.
Chiusi il finestrino e mi abbandonai sulla poltroncina, mi infilai le cuffiette, feci partire la nostra playlist e, non distogliendo lo sguardo dal paesaggio che scorreva veloce alla mia sinistra, piansi in silenzio per tutte le quattro ore di viaggio.

Dream

Un anno dal nostro primo sguardo

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Ebbene si, oggi sono esattamente 365 giorni dal nostro primo sguardo. Un anno, te ne rendi conto? Dodici mesi per partire da quel qualcosa che ci univa, chiamalo amore o dagli il nome che vuoi, e dodici mesi per arrivare al nulla che siamo diventati.
Trecentosessantacinque giorni da quando hai deciso di buttarti e di mandare a fanculo la timidezza per venire a parlarmi. Un anno dall’inizio di noi. Dall’inizio di quel noi che forse non avrebbe mai dovuto iniziare, o che forse non dovrà mai finire.
Oggi, trecentosessantacinque giorni fa, al tramonto, noi eravamo sul ponte di una nave, no, di quella nave, dell’Orchestra, a guardare il sole che scompariva dietro alle onde del mare. C’eri tu, e poi c’ero io. Ma prima c’eri tu. Sì, perché se non fosse stato per te chi lo sa, chi lo sa cosa sarebbe successo. O cosa non sarebbe successo.
Oggi, dodici mesi fa, iniziava la nostra storia. La nostra complicata storia. Dico complicata, ma non dirò mai impossibile. Perché niente è impossibile, se lo si vuole veramente. E sarebbe potuto, sarebbe dovuto essere così anche per noi.
Ora ti dico una cosa: non ho mai creduto ai cosiddetti colpi di fulmine, all’amore a prima vista. Non fino a quel giorno. E quello è stato solo l’inizio. Solo sette giorni dopo, mentre eravamo distesi nel letto della cabina 14036, ho capito veramente che l’amore di cui si legge nei libri esiste, è stato in quel momento che ho capito che avrei voluto che il tempo si fermasse, che nulla cambiasse.
E’ da allora che non riesco a ricordare come vivevo prima, quando tu non eri costantemente nei miei pensieri. E’ da quell’istante che non riesco a toglierti dalla mente, che non voglio toglierti dalla mente. La mia vita era così vuota prima, credevo di essere felice, ma solo perché non sapevo che saresti arrivato tu. E solo quando ho conosciuto te ho capito cosa fosse la vera felicità. I veri sorrisi.
Ora sicuramente penserai che sono veramente una testa dura, e probabilmente è così. Magari sì, magari sono una stupida a credere ancora in un noi dopo un anno. Magari hanno ragione tutti quelli che mi dicono di non continuare a sperare e a smettere di sbattere la testa contro lo stesso muro. Magari. Ma il fatto è che mi piacerebbe riuscire a convincerti che ne vale la pena. Che, se dopo un anno, noi siamo ancora qui, magari un motivo c’è. Magari questa distanza è solo un piccolo grande ostacolo che riusciremo a superare con la volontà e con quello che ci lega. Non so più in che altro modo cercare di farti capire che senza di te non so stare. Se fossi lì me ne fregherei di tutto e tutti e ti bacerei, ma non posso, quindi ora guarda questo video, ascolta la nostra canzone, ascolta le parole e poi dimmi; dimmi se faccio bene a credere ancora in noi o se davvero dovrei smettere.
Guarda tutto questo, rivivi la nostra storia e decidi se vuoi metterci un punto o se vuoi farla continuare, se vuoi provare a farla crescere.