Non riesco a riempire il vuoto di questa serata.

Cosa non ci fa eh, questo orgoglio. Tu di là e io di qua, non un messaggio, non una parola a riempire il vuoto di questa serata. Non ti scriverò. Mi sembra che tu viva meglio senza di me, mi sento quasi un elemento di disturbo nella tua vita, nella tua relazione. Mi sento quell’elemento lasciato li, un po’ in disparte, quell’elemento che sai che c’è, che è sempre lì nonostante tutto, e che usi solo quando ti comoda. “Usata”, forse non è la parola giusta, o forse sì. Usata quando ti serviva una spalla su cui piangere, quando ti serviva qualcuno che ti desse dei consigli che sapevi benissimo non avresti ascoltato; usata quando dici una cosa e poi ne fai un’altra, ma tanto lei è sempre lì, data per scontata.

Tutte quelle belle parole che hai detto, dove sono finite? Dove le ha portate il vento? Dove sono volate? Forse le hai dette così per dire, per dar fiato alla bocca, o forse stai solo reprimendo tutto quello che senti perché, in fondo in fondo, a te le seconde scelte non dispiacciono affatto. Forse tu fai veramente presto a dimenticarti di quei viaggi in autostrada di notte con i The Calling a palla, solo noi due, per andare a sentire il rumore delle onde del mare che, testarde come me, continuano a infrangersi sulla riva. Forse hai già dimenticato il sorriso che ti è spuntato sulle labbra quando è spuntata l’alba. Forse non ti ricordi più cosa vuol dire passare un concerto abbracciati, a cantare a squarciagola ché non si sa mai che il mondo si accorga che noi ci siamo, e che, almeno per quel momento, siamo insieme.

E se sei già riuscito a sbarazzarti di questi ricordi dopo appena più di un mese, sicuramente non ti sarà nemmeno passato per la testa dove eravamo, noi, esattamente 365 giorni fa. Beh, io me lo ricordo, me lo ricordo come fosse ieri. Tutto è cominciato quando ci siamo svegliati, o meglio, quando io mi sono svegliata e ho cercato di fare meno movimenti possibili per non svegliare quell’ammasso di ossicini e capelli che si era addormentato su di me. Avrei voluto rimanere in quella posizione per giorni, se fosse stato possibile, ma avevamo un treno da prendere: direzione Venezia. Dovevamo salire sul treno che ci avrebbe portato verso quella città costruita sull’acqua, dove stai poco a perderti tra i vicoli stretti. C’erano i piccioni e Piazza San Marco, c’erano i tuoi soliti caffè, brioche e spremuta per colazione e c’erano i gondolieri che volevano a tutti i costi farci salire su una gondola, così che alla fine abbiamo ceduto, ricordi? C’era l’uomo con la sedia in testa e poi c’eri tu, tu che non la smettevi di sorridere un attimo quando guardavi nelle vetrine e vedevi penne fatte di vetro da aggiungere alla tua collezione o arazzi da appendere in camera. C’eri tu e c’eravamo noi quando ha iniziato a piovere ma a noi non importava, ché era così bello correre sotto la pioggia fino a trovare il nostro -il “tuo”- molo dove siamo persino riusciti ad attirare l’attenzione di un fotografo che passava di li perché, stretti e vicini, ci siamo distesi a vivere quei momenti per cui ogni tanto ti ricordi che forse vale la pena vivere.

I ricordi che abbiamo insieme sono quanto di più caro mi resta nelle giornate vuote come questa, giornate in cui non ti fai sentire perché, forse, hai capito che non puoi camminare con un piede in due scarpe e quindi hai fatto la tua scelta: la seconda.

Fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Ti volevo scrivere, ma non l’ho fatto, ti volevo dire che si può tornare indietro se vuoi, ma se non torni vuol dire che non vuoi. Ti volevo dire che possiamo sperimentare, che possiamo avere un’occasione. Ti volevo dire che le cose se vuoi possono cambiare, che basta volerlo, che basta ricominciare.
Ti volevo dire che qui ci sono sempre due braccia che t’aspettano, che non faccio niente, che non mi faccio sentire, ho accettato silenziosamente le tue scelte, non ho più smosso il mondo, non l’ho più fatto. E non chiedermi perché, non te lo saprei dire. Ti volevo dire che anche se non ti cerco, se non ti scrivo, se non ti chiamo, ti penso. Ti volevo dire che a volte mi viene da prendere quel telefono e scriverti, e perdonami se non ho il coraggio di farlo. Ti volevo dire che a volte vorrei lottare ma non so se c’è qualcosa per cui lottare, ti vorrei convincere che ne vale la pena, che potresti buttare tutto all’aria, ricominciare e non pentirtene.
Mi ci porti? Al mare dico, magari di notte, così ci stendiamo sulla sabbia e ci mettiamo a guardare le stelle, ma mi sa tanto che non ci credi ai sogni che si realizzano; nemmeno io sai, ma possiamo provare che sia tutto vero. Portami al mare, voglio stendermi sulla sabbia, voglio avere la sabbia tra i capelli e tra le mani, proviamo a sfiorarci le labbra, se poi tutto è finito, se non c’è più nessun brivido, prometto che andrò via! Ma non ci credere più di tanto eh, lo sai questo tipo di promesse io non so mantenerle.
Però tu provaci, vieni e fammi vedere come a volte i sogni si realizzano.

Lacrime.

Non c’è niente di più difficile di quello che sto per dire. Fino a mezz’ora fa non avrei mai pensato di riuscire a scrivere di tutto ciò, ma il fatto è che a tenere le cose nascoste per troppo tempo fa male.

Sto arrivando a dirti delle cose che mi fanno davvero sentire vulnerabile e strana. E’ sempre stato tutto difficile, non ho mai chiesto a nessuno di stare con me, ho sempre aspettato gli altri. Non ho mai confessato niente a nessuno, ho sempre aspettato che si confessassero. Ma poi è arrivato quel momento in cui i nostri occhi si sono incrociati, i nostri pensieri hanno incominciato a prendere la stessa strada e tutto il mondo mi è sembrato diverso. 

In un secondo mi sono scordata di tutto il dolore che avevo sempre sentito e solo cose belle hanno iniziato a navigare nella mia mente, perché tutto sarebbe andato bene finché quei due occhi sarebbero rimasti. Improvvisamente mi sono scordata del passato, delle persone che ci sono state perché non sarebbe esistito altro che il momento in cui i nostri occhi si sarebbero incrociati nuovamente. 

Così ho pensato che forse ne sarebbe valsa la pena rischiare un po’. Ed è stata la migliore decisione che abbia preso in tutta la mia vita. Le carezze, i baci, il mare sotto e dentro di noi. Il cuore che batte forte, le mani che tremano e il soffio delicato delle parole che mi sussurravi rimane ancora adesso indelebile nella mia mente e nel mio cuore.

Poi è arrivata la distanza. E’ arrivata per separare le nostre vite e per dividere i nostri cuori. Al solo pensiero del nostro addio le lacrime incominciano a scorrere sulle mie guance fino ad arrivare ad arrugginirle.

Non ti ho mai scritto che mi manchi, ma è così. Ho bisogno di averti qui, ti prego, vienimi a prendere.

Come stai?

Eccola, la domanda più difficile a cui tu debba rispondere ogni singolo giorno della vita. Viene posta così, per la forza dell’abitudine, non perché le persone ci tengano veramente a saperlo. E allo stesso modo rispondi sempre con la stessa parola: bene.
Puoi stare davvero male dentro, ma la risposta sarà sempre la stessa. La gente non capisce, è troppo cieca per vedere il dolore che attraversa i tuoi occhi. È talmente superficiale che si ferma sempre e solo all’apparenza delle cose, non cerca mai quella parola non detta o quell’emozione nascosta che baterebbe fare attenzione al mare che hai negli occhi per trovarla.