Abbracciati e felici.

La luce soffusa della lampada all’angolo della stanza illuminava debolmente tutta la stanza, ma era quanto mi bastava per poter leggere le ultime pagine del mio libro. Non feci in tempo a sfogliare la seconda pagina del nuovo capitolo che mi sentii chiamare dall’altra stanza.

«Nicole, ho finito, vieni a vedere!»

All’inizio mi sentii un po’ spaesata, non capivo che cos’era che aveva finito e che dovessi vedere, ma poi compresi: mi stava chiamando dal suo studio perché era finalmente riuscito a finire di scrivere il suo libro, o per lo meno la bozza. Misi il segnalibro tra le pagine del libro che tenevo in mano, lo chiusi e lo appoggiai sul divano. Mi alzai, percorsi il corridoio ed entrai nella sua stanza da lavoro. Lo trovai sulla poltrona, con un sorriso smagliante e il Mac sulle gambe, che attendeva la fine della stampa dei fogli pieni di parole. Spostai lo sguardo dal suo sorriso alla scrivania e notai che nel pacchetto di sigarette comprato quella stessa mattinata ne rimanevano solamente due. Avrei voluto insultarlo per questo, ma mi sarebbe dispiaciuto rovinare il suo piccolo momento di gloria, così decisi di stare zitta.

Mi sedetti sul bracciolo della poltrona e gli chiesi se, intanto che aspettavamo che i fogli finissero di ammucchiarsi sparsi sul pavimento, volesse bere un tè caldo. Lui rispose che ne avrebbe preparati due, uno per me e uno per lui, ma solo se io nel frattempo avessi iniziato a leggere le sue bozze e a correggerle, se fosse stato necessario.

Annuii. «D’accordo.»

Era sempre stato così, fin da quando l’avevo conosciuto gli avevo sempre ripetuto che un giorno lui avrebbe scritto un libro e mi avrebbe usata come correttore di bozze: avevo ragione.

«Allora, mi vuoi dire come lo vuoi ‘sto tè?» sbottò lui all’improvviso, facendomi sobbalzare e distraendomi dai pensieri.

«Ah già, ehm.. voglio il tè bianco della Twinings,» risposi «e non osare sbuffare perché non prendo il classico Earl Grey come fai sempre te; ho voglia di cambiare.»

Non rispose, si limitò a darmi un bacio sulla fronte, poi si alzò dalla poltrona e si diresse verso la cucina. Mi chinai a raccogliere i primi fogli della stampa, avvicinai la poltrona alla scrivania e mi sistemai per bene a leggerli.  Da una parte il rumore di lui che trafficava con il pentolino per il tè, riempiendolo d’acqua, sbattendolo sui fornelli, e dall’altra la stampante che continuava ininterrottamente a sputare pagine. Non riuscivo a concentrarmi. Decisi allora che sarebbe stato lui a leggermi il suo libro, mentre avremmo sorseggiato il tè.

Mi alzai silenziosamente dalla poltrona e mi incamminai in punta di piedi verso la cucina, mi fermai sulla soglia ad osservarlo ai fornelli. Ogni suo movimento era arte, ogni suo lineamento era arte. Non si era accorto che lo stavo fissando, e la sua innocenza nel non sapere di essere osservato mi ammaliava ogni volta. Era l’altra parte di lui, quella inconscia, vera. Quella che si nasconde dietro alla maschera del quotidiano che la società stessa ci impone di portare. Era così bello vederlo a casa con me, l’unico posto dove poteva essere finalmente se stesso. Era così bello sapere di potersi svegliare ogni mattina al suo fianco e trovare quello che era il suo vero io. Sapevo di essere fortunata a poter essere io ad accarezzargli le cicatrici sul petto, quando si addormentava senza maglietta, e quelle sul braccio, quando la mattina lo trovavo stretto a me, aggrappato alla mia vita.

Notai che aveva infilato una sola bustina nel pentolino dell’acqua bollente, e non l’aveva divisa nelle tazze come faceva di solito. Questo poteva significare solo due cose: o si era convinto a provare il tè bianco, oppure  aveva messo l’Earl Grey e stava costringendo anche me a berlo insieme a lui.  Mi avvicinai di soppiatto e lo abbracciai da dietro. Con quella scusa vidi che la bustina della Twinings infilata nel pentolino era Earl Grey e misi il broncio. Lui, appena sentii la stretta delle mie braccia, si girò, mi sorrise e chiese:

«Cosa ci fai qui? Non dovresti essere nello studio a leggere le mie bozze?»

Non risposi, ma continuai a tenere un’espressione imbronciata finché lui, con la fronte corrugata, sbuffò e aggiunse «Che c’è? Perché quella faccia?»

Abbassai lo sguardo, scendendo dai suoi occhi neri come pozzi fino al pentolino ancora sul fornello, per arrivare poi a posarlo sull’etichetta della bustina del tè.

Subito dopo lo risollevai e guardai in alto, verso il soffitto. «Non cambierai mai, vero? L’ultima decisione deve sempre spettare a te!»

«Ma smettila,» ribatté lui con quella ‘e’ aperta tipica del suo modo di parlare «nemmeno tu cambi mai, devi avere sempre qualcosa per cui lamentarti, vero?». Mentre lo diceva, però, gli angoli delle sue labbra si incurvarono verso l’alto. Non riusciva a rimanere serio, e di conseguenza cedetti anche io. Quanto ero debole, quando si trattava di lui. Rigirò il suo corpo tra le mie braccia ancora strette attorno a lui fino a che i nostri nasi non si sfiorarono, mi stampò un veloce bacio sulle labbra per poi divincolarsi dalla stretta.

«Comunque,» iniziai «ero venuta per chiederti di essere tu a leggere le tue bozze. Io voglio ascoltare, lo sai quanto mi piace.»

Lui annuii debolmente, poi versò il tè nelle due tazze. Una la tenne in mano e l’altra la porse a me.

«Attenta a non scottarti,» mi ammonì «e vai in camera da letto ché ti raggiungo lì.»

Tenendo la tazza con due mani, attentissima a non far cadere nemmeno una goccia, mi diressi verso camera nostra. Quando fui arrivata, appoggiai la tazza sul comodino affianco al mio cuscino e mi sedetti sul letto ad aspettarlo. Chissà se ha messo lo zucchero, pensai, e nel frattempo iniziai a mescolare facendo tintinnare il cucchiaino contro i bordi. Qualche minuto più tardi, arrivò anche lui e si sdraiò al mio fianco. Tra le mani teneva tutti i fogli ordinati, poi decise di appoggiarli tutti sulle coperte tra di noi, tranne il primo.

«Allora, sei pronta?» mi domandò. «Preparati perché questa è l’unica cosa buona che sono riuscito a fare finora nella mia vita.»

Questa frase un po’ mi ferì: pensavo di far parte anche io delle cose buone della sua vita. Poi pensai che forse era solo un modo di dire, così lasciai perdere. Iniziò a leggere, e pagina dopo pagina le parole scorrevano veloci come la corrente di un fiume. Non l’avevo mai visto così tanto preso in qualcosa, ero felice fosse riuscito a portare così avanti uno dei suoi sogni. A quel punto l’unica cosa che mancava era la pubblicazione, poi avrebbe raggiunto il suo scopo. Era a un passo dal realizzare il suo sogno, e io facevo parte di tutto questo con lui. Mi aveva permesso di essere al suo fianco anche in questa avventura.

Guardai l’orologio sul comodino, segnava le 22:43. Ecco perché mi sentivo così stanca.  Non era arrivato a leggere la sesta facciata che i miei occhi iniziavano a dare i primi segni di cedimento. La mia attenzione era persa da un pezzo, e anche lui se n’era accorto. Scostai le coperte con i piedi e mi ci infilai sotto, avvicinandomi sempre più al suo corpo. Di conseguenza, lui prese i fogli che erano rimasti tra noi e li appoggiò per terra, poi si rannicchiò sempre più vicino a me, spense la abatjour e mi abbracciò.

Ci addormentammo così, abbracciati e felici.

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Non riesco a riempire il vuoto di questa serata.

Cosa non ci fa eh, questo orgoglio. Tu di là e io di qua, non un messaggio, non una parola a riempire il vuoto di questa serata. Non ti scriverò. Mi sembra che tu viva meglio senza di me, mi sento quasi un elemento di disturbo nella tua vita, nella tua relazione. Mi sento quell’elemento lasciato li, un po’ in disparte, quell’elemento che sai che c’è, che è sempre lì nonostante tutto, e che usi solo quando ti comoda. “Usata”, forse non è la parola giusta, o forse sì. Usata quando ti serviva una spalla su cui piangere, quando ti serviva qualcuno che ti desse dei consigli che sapevi benissimo non avresti ascoltato; usata quando dici una cosa e poi ne fai un’altra, ma tanto lei è sempre lì, data per scontata.

Tutte quelle belle parole che hai detto, dove sono finite? Dove le ha portate il vento? Dove sono volate? Forse le hai dette così per dire, per dar fiato alla bocca, o forse stai solo reprimendo tutto quello che senti perché, in fondo in fondo, a te le seconde scelte non dispiacciono affatto. Forse tu fai veramente presto a dimenticarti di quei viaggi in autostrada di notte con i The Calling a palla, solo noi due, per andare a sentire il rumore delle onde del mare che, testarde come me, continuano a infrangersi sulla riva. Forse hai già dimenticato il sorriso che ti è spuntato sulle labbra quando è spuntata l’alba. Forse non ti ricordi più cosa vuol dire passare un concerto abbracciati, a cantare a squarciagola ché non si sa mai che il mondo si accorga che noi ci siamo, e che, almeno per quel momento, siamo insieme.

E se sei già riuscito a sbarazzarti di questi ricordi dopo appena più di un mese, sicuramente non ti sarà nemmeno passato per la testa dove eravamo, noi, esattamente 365 giorni fa. Beh, io me lo ricordo, me lo ricordo come fosse ieri. Tutto è cominciato quando ci siamo svegliati, o meglio, quando io mi sono svegliata e ho cercato di fare meno movimenti possibili per non svegliare quell’ammasso di ossicini e capelli che si era addormentato su di me. Avrei voluto rimanere in quella posizione per giorni, se fosse stato possibile, ma avevamo un treno da prendere: direzione Venezia. Dovevamo salire sul treno che ci avrebbe portato verso quella città costruita sull’acqua, dove stai poco a perderti tra i vicoli stretti. C’erano i piccioni e Piazza San Marco, c’erano i tuoi soliti caffè, brioche e spremuta per colazione e c’erano i gondolieri che volevano a tutti i costi farci salire su una gondola, così che alla fine abbiamo ceduto, ricordi? C’era l’uomo con la sedia in testa e poi c’eri tu, tu che non la smettevi di sorridere un attimo quando guardavi nelle vetrine e vedevi penne fatte di vetro da aggiungere alla tua collezione o arazzi da appendere in camera. C’eri tu e c’eravamo noi quando ha iniziato a piovere ma a noi non importava, ché era così bello correre sotto la pioggia fino a trovare il nostro -il “tuo”- molo dove siamo persino riusciti ad attirare l’attenzione di un fotografo che passava di li perché, stretti e vicini, ci siamo distesi a vivere quei momenti per cui ogni tanto ti ricordi che forse vale la pena vivere.

I ricordi che abbiamo insieme sono quanto di più caro mi resta nelle giornate vuote come questa, giornate in cui non ti fai sentire perché, forse, hai capito che non puoi camminare con un piede in due scarpe e quindi hai fatto la tua scelta: la seconda.

Odio

Odio le persone false
odio i finti moralisti, e anche quelli veri
odio le persone che ad una domanda ti rispondono con un altra domanda
odio le frasi a metà
odio le mezze verità.

Odio essere triste,
odio stare male per le persone che non meritano
odio le persone viziate
odio l’odore dell’erba tagliata
odio quando le persone se ne vanno senza un perché
odio non sapere cosa dire.

Odio non riuscire a far restare le persone, o a farle tornare.
Odio chi inizia a scriverti e poi se ne va e non ti risponde più.

Odio le persone che vogliono essere al centro dell’attenzione.
Odio le persone che si autocommiserano.
Odio chi insulta i gusti musicali degli altri.

Odio l’amore non corrisposto,
odio la distanza.
Odio piangere
e odio chi non sa farsi i cazzi suoi.

Odio chi sussurra,
odio chi urla.
Odio essere gelosa,
odio le persone maleducate e quelle prepotenti.

Odio i pregiudizi
odio chi maltratta gli animali.
Odio chi spara sentenze neanche loro fossero giudici.
Odio le persone che ti fissano, e anche quelle che ti ignorano.

Odio le persone incoerenti,
odio le amicizie di convenienza e le storie d’amore per dimenticare gli ex.
Odio gli egoisti,
odio essere troppo timida a volte, e odio non esserlo in altre.
Odio essere sempre una seconda scelta.
Odio essere sempre disponibile per gli altri.
Odio non avere il coraggio, non saper dire di no.
Odio chi giudica,
odio chi parla senza sapere, senza aver provato.
Odio chi non mantiene le promesse.
Odio chi si ferma all’apparenza,
odio le doppie facce,
odio le persone superficiali e quelle snob.
Odio le persone che si credono qualcuno quando in realtà non sono nessuno.
Odio chi ti dice la verità solo da ubriaco.
Odio essere sempre raggiungibile.
Odio venir data per scontata.
Odio essere fraintesa,
odio essere l’unica a cui importa
odio essere l’unica che lotta, l’unica che spera.
Odio le illusioni
odio non avere il controllo.
Odio le dipendenze,

e odio lui
anche se in realtà
di lui 
sono innamorata  
e di lui
non posso fare a meno.

Cosa (non) sono

Io sono la ragazza a cui basta solo un piccolo gesto per strapparle un sorriso. Sono quella che dice di odiare il mondo ma che alla fine non riesce a rimanere arrabbiata con qualcuno per più di qualche ora. Sono quella che ride e scherza anche quando le persone fanno battute cattive ma che poi, quando torna a casa, ci ripensa e ci sta male. Sono quella a cui basta una foto per piangere,  un ricordo per scrivere o un’emozione forte per vivere. Sono la tipica ragazza che indossa la maschera da menefreghista e superficiale e che finge di non essere minimamente interessata ma che, invece, si ingelosisce per qualsiasi gesto non rivolto a lei, e fa in modo che nessuno lo noti. Sono quella che ha sempre puntato sull’amore come emozione basata sulla personalità e l’interiorità delle persone solo perché ogni volta che si guarda allo specchio ha paura che nessuno potrebbe mai innamorarsi del suo aspetto. Sono la ragazza che odia attirare attenzioni ma che morirebbe per avere un abbraccio ogni giorno. Sono quella che preferisce avere le labbra secche per la mancanza di baci piuttosto che andare in giro a vendersi a persone che non ama. Sono una di quelle persone che aspetta sempre il momento giusto, e che lotta fino in fondo per quello che vuole, anche a costo di pagare il prezzo delle illusioni e delle conseguenti delusioni.

Sono una ragazza semplice; una a cui basta veramente poco, perché ha sempre pensato che, nella vita, fossero le cose piccole quelle ad essere le più sincere e vicine al cuore.

Sei mesi che non sei passato.

 

Come si fa a scrivere quando ci si sente così? Come si fa a capire qualcosa di quel che si prova quando, pur cercando di mettere insieme tutti i pezzi , il puzzle che esce ha l’immagine di un grande punto interrogativo? Di solito non amo scrivere su carta tutti i pensieri e ricordi per paura di sciuparli e distruggerli, ma questa volta ho paura di perderli. Voglio ricordare, tutto, anche se dovesse far male.

Voglio ricordarmi il suo sorriso quando mi ha visto uscire dalla porta dell’hotel. Voglio ricordarmi il nostro primo abbraccio dopo sei mesi. Voglio ricordarmi quando mi ha chiesto di stargli vicino perché si sentiva a disagio a stare davanti a tutto il gruppo senza di me. Voglio ricordarmi quando mi ha preso sotto braccio, quando siamo saliti sulla metro e lui ha appoggiato la testa sulla mia spalla. Voglio ricordarmi il momento in cui mi ha fatto sedere sulle sue gambe e, quando pensavo di cadere, mi ha stretto e mi ha detto ‘guarda che ti sto tenendo, non cadi’. Voglio ricordarmi quando mi ha promesso che questa volta sarebbe venuto lui da me; che il prossimo treno l’avrebbe preso lui. Voglio ricordarmi quando mi soffiava tra i capelli e se lo facevo io pronunciava il mio nome facendo il finto arrabbiato. Voglio ricordarmi i nostri sorrisi. Voglio ricordarmi le facce strane nei selfie ma voglio ricordarmi soprattutto il momento prima di separarci.

Quando stavamo lì, davanti alle porte dell’hotel, ad aspettare che gli altri entrassero per poterci abbracciare di nuovo. Voglio ricordarmi l’intero abbraccio, e sebbene non sia capace di trascrivere su carta le sensazioni e emozioni che ho provato, posso dire che è stato uno dei più belli fino ad ora. Tutta la freddezza e il distacco dei messaggi sono svaniti, tutte le liti e le incomprensioni improvvisamente dimenticate. Quando, rimanendo abbracciati, siamo entrati fino nella hall dell’hotel e gli ho fatto notare che se non mi avesse lasciato mi sarei persa la conferenza e lui ha risposto ‘non andare’.

Due semplici parole che sono riuscite a scombussolare la mia mente per tutto il viaggio di ritorno e ancora adesso. Due semplici parole che, anche se per lui non avranno sicuramente significato niente, mi hanno fatto riflettere e capire che quando dico che sono andata avanti senza lui, mento; e che quando dico di averlo dimenticato e di averlo lasciato nel passato, come fosse solo un bel ricordo, mento per la seconda volta

Persone usa e getta.

Siamo nati in un epoca in cui le cose non si aggiustano più, si buttano e si ottiene subito qualcos’altro di nuovo. E non sto parlando solo di cellulari, computer e oggetti materiali, succede così anche con le persone. Non si tenta più di recuperare le relazioni, di mettere a posto le cose. Non si chiede più scusa perché è più facile andarsene e trovare qualcun altro. Siamo così facilmente sostituibili. C’è sempre qualcuno ‘migliore’ di noi pronto a prendere il nostro posto. Ormai non si correggono più gli errori, se hai un difetto vieni scartato a prescindere. Siamo come degli oggetti di seconda mano, o addirittura usa e getta. Così abituati ad avere tutto subito che non riusciamo a capire di cosa abbiamo veramente bisogno. Viviamo in una società che ci insegna che ha più valore avere un computer dell’ultimo modello piuttosto che abbracciare una persona lontana.

Mi rifiuto di vivere in un mondo così.

Dream

Inutile illudersi, niente sarà mai più uguale.

Ti ho amato così tanto che se ci penso ancora mi entra dentro un brivido e quel respiro lunghissimo trattenuto prima di vederti, quel respiro che finiva regolarmente sulle tue labbra, ancora lo ricordo. Mi hai dato tanto, poi sempre di meno, rendendomi schiava di quell’inizio.
Avresti dovuto affrontare solo il peso di prendere un treno, correre verso la paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una sola per rimanere.

E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale.

Dream

Vorrei diventasse realtà.

La luce dei raggi filtrava dalle tapparelle della camera da letto. Mi stropicciai gli occhi un po’ assonnata e subito mi accorsi che lui non era affianco a me. Tastai la sua parte di letto per essere sicura. Niente, non c’era. Doveva essersi svegliato poco prima di me ed essere sgusciato silenziosamente giù dal letto. Subito dopo sentii provenire dalla sala alcune note, e solo allora collegai, stava suonando il suo -nostro- pianoforte.

Scesi dal letto e indossai la prima maglietta che trovai dentro all’armadio, era la t-shirt nera dell’ultimo album degli Arctic Monkeys, velocemente mi infilai i miei calzini fino al ginocchio e, silenziosamente, in punta di piedi, arrivai fino alla porta della sala.

Lo trovai lì, seduto davanti a quello splendido pianoforte nero a coda. Aveva imparato a suonare da poco, gli era sempre piaciuto il suono del piano. La testa china sullo spartito, le dita che correvano lungo quegli 88 tasti bianchi e neri. Non si era accorto della mia presenza. Sbirciavo con un occhio da dietro alla porta, non volevo interromperlo, ma non potevo fare a meno di pensare a quanto fosse bello, e a quanto fosse mio.                   Era incredibile pensare che con un numero limitato di tasti lui riuscisse a creare l’infinito, come era incredibile credere che pur avendo noi un numero limitato di giorni, lui mi stesse facendo provare la sensazione di essere infinito.

Ad un certo punto la musica si fermò. Lui alzò lo sguardo verso di me e incrociò i miei occhi a metà strada. In quelli che lui definiva due ‘pozzi neri’ io ci vedevo l’universo, e la luna e le stelle. Ci vedevo le emozioni scorrere, mi piaceva da morire leggere i suoi sguardi, le sue espressioni.

– Cosa ci fai là dietro, mi spii?

– Uhm no, ti osservavo. Sei troppo bello quando suoni, senza nulla togliere a tutti gli altri momenti della giornata, ovvio.

– Ma va, chiudi quelle tue due morbide labbra da baciare e vieni qui che ti insegno qualcosa!

Questo era il nostro accordo: io avrei tentato di insegnargli a suonare la chitarra, mentre lui si sarebbe cimentato a farmi imparare a premere qualche tasto del suo pianoforte. Così presi uno sgabello e lo avvicinai al suo, passai la mano tra i suoi capelli spettinati da appena svegliato e mi sedetti al suo fianco, il più vicino possibile: volevo sentire il suo profumo la mattina, una delle tante cose di cui non potrei più a fare a meno. Mi prese dolcemente le mani e le posò sui tasti bianchi, verso la metà della tastiera. Iniziò a premere con le sue dita sulle mie, le comandava come se fossero marionette. Come se fossero legate tra loro da cortissimi fili trasparenti. Riconoscevo la musica che stavamo suonando, era la prima aria delle Variazioni di Goldberg di Bach, lui sapeva le note a memoria. Non avevamo bisogno di spartiti, era tutto imprigionato dentro quell’enorme labirinto senza uscita che era la sua mente.

Cinque minuti meravigliosi, quelli. Finita la melodia mi voltai per guardarlo, ma lui mi anticipò di qualche secondo, mi scostò i capelli dalla fronte e mi diede un lungo bacio sulla tempia destra. Stavo così bene vicino a lui, avrei voluto che quell’attimo non fosse mai finito. Avrei passato la mia vita così, non ho mai chiesto molto dalla vita, io. Lui mi bastava, era tutto ciò di cui avevo bisogno.

Non feci in tempo ad alzarmi per andare in cucina a preparare due caffè, che mi afferrò il polso e mi fece sedere sulle sue ginocchia. Mi baciò prima la fronte, poi il naso e il collo, infine mi morse il labbro inferiore come faceva sempre.

–  Il caffè può aspettare.

Mi sussurrò all’orecchio.     

 

Dream

Tu le rinunce degli altri nemmeno le vedi.

Pensavo che sarei riuscita a farti cambiare certe idee, ho avuto la stupida presunzione di pensare che sarei riuscita a farti diventare come tu meriti di essere. Forse ti ho idealizzato, sopravvalutato.. Non so, non capisco più.
Quando avevi tutte quelle attenzioni nei miei riguardi pensavo che mi stessi amando, che solo una persona innamorata potesse fare certi gesti. Invece mi sbagliavo. Oppure no, non mi sbagliavo e per qualche minuto sei anche riuscito ad essere veramente innamorato. Magari riesci ad amare e ad aprire la porta per qualche istante, ma poi la richiudi subito.
Ho pensato che con me avresti potuto anche imparare ad amare. Invece non credo tu ne sia capace, se non per brevi istanti. Perché pensi solo ai tuoi gesti, ti concentri su quello che fai, su quello a cui rinunci. E pensi che tutto ciò sia la prova del tuo amore. Tu le rinunce degli altri nemmeno le vedi. Non sai quanti pensieri, quante attese, quante delusioni, quante lacrime e pianti. Tutti in silenzio. Non ti ho mai detto niente per non farti del male e perché conoscendoti una persona impara a non dirti nulla, perché sa già la risposta. O il silenzio che l’aspetta. 
Tu hai schiacciato tutte le emozioni. Le hai represse. Cene non fatte, film non visti, passeggiate, fine settimana, concerti saltati, eliminati, schiacciati, cancellati. 
Guarda adesso, per esempio, mi sto allontanando sempre di più, me ne sto andando e tu non dici nulla come se la cosa non ti toccasse minimamente. Dimmi che sono un’egoista, una stronza, che devo andarmene o che devo restare. Grida, incazzati, mandami a fanculo, ma fai qualcosa invece di rimanere lì a leggere e a non rispondere.

Dream

Senza di te il mondo mi fa schifo.

E ti sembrerà una cosa stupida, ma io non voglio nessun altro se non te. Non voglio altre mani che si intrecciano alle mie, non voglio altre labbra sulle mie. Non voglio fare l’amore per la prima volta con qualcuno che non sia tu. Non voglio lasciarti andare perché in ogni persona che incontro, in ogni sguardo che incrocio, cerco te. E nessuno è come te. E senza di te il mondo mi fa schifo.

Dream