Praga: programmi per oggi.

Episodio 1

«Quali sono i programmi per oggi?» mi chiedi mentre i raggi del sole filtrano dalla finestra prima ancora che suoni la sveglia. Siamo entrambi già svegli, e il tuo braccio si è già infilato dietro al mio collo per tenermi stretta. Ho ancora freddo quindi mi tiro le coperte e poi mi giro verso di te, ti bacio e inizio a elencare i posti da visitare in questo nostro primo giorno a Praga.

Siamo arrivati ieri sera molto tardi e io sono ancora un po’ assonnata dopo una nottata in cui abbiamo dormito sì e no un paio d’ore. Apro la bocca in uno sbadiglio e mi accoccolo nel calore delle tue braccia. Stiamo fermi ancora qualche minuto, aspettiamo che la sveglia suoni e poi mi alzo per preparare il caffè. Non è come quello di casa: è un caffè solubile decisamente troppo amaro per i miei gusti, e noi non abbiamo nemmeno il latte per addolcirlo. Vorrei sputarlo nel lavandino, ma senza colazione non riesco a far partire la giornata, quindi mi accontento e mando giù. Ci vestiamo, prepariamo gli zaini con le giacche e la macchina fotografica e siamo pronti per uscire.

La prima tappa è il supermercato, per qualche centesimo ci compriamo una bottiglia d’acqua, un succo e dei dolci tipici cechi. Ce li mangiamo per strada mentre proseguiamo in direzione della prima piazza. Attraversiamo un enorme parco dove la gente del posto fa jogging o porta a spasso i cani e quando arriviamo a Wenceslas mi sembra di essere ritornata a Barcellona: il grande vialone mi ricorda un po’ la Rambla, con al centro i pedoni e a lato le vetrine dei negozi. Vedo tram che sfrecciano davanti a noi e turisti in ogni dove. Le case color pastello ci fanno da cornice in ogni via che percorriamo, un po’ pendenti come ad Amsterdam e con i tetti a punta. Ci teniamo per mano mentre i nostri occhi scorrono affascinati su tutto quello che ci circonda. Siamo fortunati perché il cielo è di un azzurro chiaro con qualche nuvola bianca sparsa qua e là, ma in lontananza già si prospetta il grigiore di una giornata nuvolosa.

La nostra prossima tappa è la Porta delle Polveri. Una volta arrivati ci troviamo davanti una torre con sotto una grade porta attraversata da auto, carrozze e pedoni. Tutti insieme. Passandoci attraverso e risalendo la via, ci accorgiamo subito che siamo nel posto giusto. Alla nostra sinistra ci sono il museo delle cere e quello della tortura, e tra loro quello del cioccolato. Non potevamo perderceli. Non ero mai entrata in un museo delle cere, sebbene ne avessi visti molti da fuori tra Londra, Barcellona e Amsterdam, quindi mi fai capire che questa era la volta buona, ed entriamo. Il museo della tortura mi affascina molto ma allo stesso tempo mi lascia un senso di inquietudine e sbigottimento nei confronti dell’uomo. Tutti sappiamo che l’uomo è capace di atrocità, ma vedere in prima persona, a grandezza reale, le macchine che costruiva per riuscirci mi mette i brividi. Del museo del cioccolato, invece, ci limitiamo a guardare il negozio, uscendone con un desiderio sfrenato di praline.

Una volta finito di acculturarci per musei proseguiamo verso la piazza principale, dove c’è la torre dell’orologio astronomico. Con la fortuna che abbiamo la troviamo in ristrutturazione, e quindi non visitabile, ma per lo meno l’orologio splende lo stesso in tutta la sua magnificenza. Me lo aspettavo più in alto, invece quando ci fermiamo davanti mi accorgo che è poco più sopra della tua testa. L’ora esatta è già passata da qualche minuto, quindi ci teniamo la vista dello scoccare dell’ora per dopo e nel frattempo pensiamo alla nostra curiosità principale: il museo delle macchine del sesso.

«Entriamo?» Domando. Ti limiti a prendermi per mano e portarmi dentro.

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Domenica.

Il divano letto aperto, noi sopra le lenzuola. Saranno le 3 di notte, esordisco con “ho freddo”, allora tu mi dici “girati” e io non perdo tempo ad accoccolarmi tra le tua braccia come un koala. Mi tieni stretta mentre la notte fa scorrere veloce le stelle fuori dalla finestra aperta che sta sopra alle nostre teste. Poi arriva il mattino, e con lui il sole. Ci scalda le gambe, la pancia e poi arriva al cuore, che era già caldo.
Mi baci che vado a prepararti la colazione e il caffè è quasi pronto. La musica a palla e la bella vita, la bella domenica passata sul letto. ti gira ancora un po’ la testa per le birre che hai bevuto ieri sera (noi che per prendere il tram in tre sbandavamo) e ti regalo un moment. Io che ti regalo sempre bei momenti.
Ci scambiamo le magliette, io la tua vans e tu un crop top verde fluo che non ti dona per niente. Crollo a ridere in bagno, mi dici dài che andiamo a prendere le pizze! Le inforniamo e aspettiamo che si spenga la lucina arancione guardando documentari in cui i ghepardi rincorrono le gazzelle. Io invece corro dal forno alle tue braccia. Mangiamo e ci ributtiamo sul divano, mi atteggio un po’ la regina perché anche tu mi tratti così.
La vita è così bella quando la passo con te.

Mancanze e cartonati.

Ti mando la foto dal camerino e mi dici che la tutina che ho comprato ti piace molto. Viviamo le nostre vite davanti agli schermi dei telefoni, io di qua, tu di là. Quando torni a casa di notte mi dici che ti manco e hai costruito un cartonato con la mia sagoma per rimediare. Mi spieghi che al mare non ci vai più perché sei incazzato, con il sole s’intende, perché ti ha bruciato le spalle, e i piedi. Quanto vorrei spellarti la schiena.

Menomale che al posto mio c’è ci sono le serie tv con un morto che cammina* a tenerti compagnia in questi pomeriggi caldi. Io a mille mila chilometri. Sui monti, a bagnarmi con l’acqua del lago, pensando a te.

E tanto ogni giorno si conclude allo stesso modo: io che mi addormento in anticipo e tu che mi dai la buonanotte in ritardo.

 


*The Walking Dead

Breve storia felice.

Alzo gli occhi al cielo e vedo le stelle. Sono l’unica fonte luminosa, assieme alla luna quasi piena. L’oscurità mi immerge, sulla pelle riesco a sentire il solletichìo dell’erba mossa dal vento. Le cicale cantano e definiscono l’atmosfera di una nottata estiva. Sposto lo sguardo a cercare la costellazione del grande carro, e quando la trovo percorro tutta la sua forma a pentolino con il braccio all’aria, e l’indice puntato verso l’alto. Disteso alla mia sinistra c’è lui, probabilmente assorto in qualche pensiero. Nemmeno si accorge che ho smesso di guardare in alto e lo sto fissando.

“A cosa pensi?” esordisco.

Dopo un momento di silenzio riprende l’uso della parola.

“A niente.. è una cosa che mi riesce solo quando sono con te.”

Sorrido, e riprendo a osservare  il cielo nero. Ci siamo solo noi due immersi nel silenzio della natura notturna, sdraiati in un prato in montagna. Mi soffermo a contemplare la bellezza del silenzio, quel silenzio che non imbarazza, quel silenzio che completa. I cellulari in tasca, tutto il mondo fuori. Piano avvicino la mia mano verso la sua fino a sfiorargli le dita. Lui la afferra e interseca le sue dita tra le mie. Improvvisamente il cielo non mi interessa più. Mi giro di lato e lo guardo, fisso ogni suo particolare nell’ombra. Vedo il profilo della sua fronte, del suo naso e arrivo alle sue labbra incurvate. Sta sorridendo. Sorrido anche io. Lui forse se ne accorge, si gira verso di me, mi guarda e mi bacia sulla fronte.

Mi stringo a lui e mi accoccolo vicino al suo petto, il mio posto sicuro. Aspetto che le sue braccia mi circondino come le mura di un castello e chiudo gli occhi.