M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure.

M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure. Ma proprio tanto.
Perché non è possibile che t’innamori di un tramonto e lui se ne vada subito, così, senza neanche averti dato il tempo di presentarti a tua volta.
Non è possibile che ti ritrovi a divorare le nuvole del Regno Unito e due secondi dopo sei già sull’aereo di ritorno.
“Ma hai le foto”, direbbe qualcuno. Fosse abbastanza mi ci butterei anima e corpo, centimetro dopo centimetro. Ma non è abbastanza.
Non è niente, un’immagine della campagna inglese, in confronto all’essere lì, a prendersi tutta l’umidità coi pori spalancati, a sentire l’odore dell’Inghilterra che si sveglia e che cammina in punta di piedi fra una casa e l’altra, in tutta la sua riservatissima bellezza, un segreto mormorato dai campi alla metropolitana.
Ci ho pensato l’altro giorno, a questa cosa, mentre mi trascinavo dietro la mia solita routine mattiniera. Ci ho pensato mentre uscivo di casa, e attorno a me vedevo passare le case di una città che mi sta stretta, una città che non fa per me. Ma ogni volta che torno a casa dopo essere stata a Milano, per esempio, mi rendo conto di quanto sia inutile guardare le cartoline, le street view di Google Maps aperte in dieci finestre diverse, se poi per dimenticarci quant’è straordinario un posto ci basta dargli le spalle.
Vorrei una vita intera a disposizione per ogni luogo che ho lasciato dietro di me, per tutte le pietre del ponte di Rialto che si meritavano uno sguardo in più, un secondo in più.
M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure, e le uniche occasioni in cui non mi sta sulle palle è quando si porta via un po’ di dolore e mi fa adattare a quello che rimane, insegnandomi a conviverci, seppur nella stessa casa, solo coi letti separati.
M’incazzo col tempo in quell’istante terribile in cui la felicità comincia a sparire e la nostalgia si fa largo a gomitate, quando ripensi a ciò che hai appena fatto e vorresti rivivere tutto da capo, schiacciare rewind e far ripartire il concerto con tanto di esofago consumato e spintone piantato dritto nello stomaco. M’incazzo col tempo quando sto in treno e, guardando fuori dal finestrino, non mi resta che pensare a tutte quelle giornate passate che non torneranno mai più, a tutti quegli errori commessi che non ho fatto in tempo a correggere.
M’incazzo col tempo un giorno sì e l’altro pure, ma a volte mi arrendo, bandiera bianca e braccia alzate, perché in fondo so che rimanere fermi con quei momenti non serve, non se saranno loro a seguirmi per sempre.

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